torna alla
home page

ARCHIVIO

2001
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio

gennaio

2000
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

1999
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Contro il ritorno del consociativismo
10 agosto 2001

La bomba di Venezia è il logico seguito del gigantesco processo di mistificazione dei fatti di Genova realizzato dalla sinistra interna ed internazionale. Se tutti i partiti di sinistra europei si rimbalzano l’assioma che il governo italiano di centro destra provoca la cilenizzazione della Polizia, è normale che qualche debole di mente creda a questa vulgata ed incominci a sillabare il vecchio slogan degli anni 70 “polizia assassina”. Se la stragrande maggioranza dei media nazionali ed esteri, controllati dalla generazione dei nostalgici della propria giovinezza sessantottina, rilancia ossessivamente l’assioma della sinistra, è fatale che qualche imbecille o qualche avventurista si senta pienamente legittimato a combattere il presunto processo di involuzione autoritaria del nostro paese con la violenza di piazza , con le bombe dimostrative e con il terrorismo.

Si tratta di un film già visto. Di cui si conosce perfettamente non solo l’inizio ma soprattutto la fine. La bomba di Venezia ha un unico significato. Dimostra in maniera inequivocabile il rischio che l’autunno non porti solo a nuove forme di violenza di piazza ma anche ad una vera e propria rinascita del terrorismo. Una prospettiva così drammatica e reale impone alle forze democratiche, non solo in Italia ma nell’intera Europa, l’obbligo di ridiscutere e ricalibrare le rispettive strategie. Esiste, in pratica, la necessità di ribadire l’esistenza di un netto confine tra la legittima dialettica democratica tra forze d’ispirazione diversa e l’uso della violenza per fini politici. Ed esiste l’esigenza di riaffermare che chi accetta il metodo democratico fissato dalla Costituzione respinge e condanna senza limiti e deroghe l’impiego della forza come fattore di soluzione dei contrasti ideali.

Qualcuno immagina che l’esigenza dei partiti democratici di dare una risposta univoca alla violenza e al rischio di terrorismo debba necessariamente interrompere la logica bipartisan dell’alternanza e riproporre quella della consociazione. Francesco Cossiga sostiene che almeno sui temi di politica estera, come gli impegni internazionali del paese e lo svolgimento dei vertici programmati, maggioranza ed opposizione dovrebbero trovare obbligatoriamente una intesa fondata sulla ritrovata fermezza contro il pericolo del terrorismo. L’ex presidente della Repubblica è sicuramente in buona fede. Ma la sua proposta nasconde un rischio. Che sconfitta dal voto del 13 maggio l’opposizione della sinistra parlamentare possa essere tentare di recuperare un potere di veto ed un ruolo di consociazione attraverso un atteggiamento di ben calibrata “doppiezza” nei confronti dei violenti. 

Una ipotesi del genere ucciderebbe il bipolarismo, l’alternanza, la regola democratica del libero e civile confronto tra maggioranza e opposizione. E, soprattutto, stabilirebbe il principio che la sinistra ha sempre il diritto di governare. Sia quando vince le elezioni, sia quando le perde. Perché se le vince ha la democrazia dalla sua, se le perde può sempre usare la violenza per ribaltare nei fatti le indicazioni dei cittadini. Il ritorno al consociativismo è dunque un errore. Per questo è auspicabile che Silvio Berlusconi scelga la strada diversa. Quella del solo appello alle forze democratiche ai comuni valori dello stato di diritto ed alla logica bipartisan. Chi non lo accoglierà se ne assumerà la responsabilità agli occhi del paese.