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  La legge diseguale per i privilegiati
11 settembre 2001

Luca Casarini, leader delle “tute bianche”, ha letto sui giornali della possibilità di essere indagato dalla Procura di Genova per istigazione ed associazione a delinquere in relazione ai fatti di Genova. Non avendo ancora ricevuto alcun avviso di garanzia, ha inviato i propri legali dai magistrati inquirenti per sapere se le notizie filtrate sui giornali siano vere o false. Ma la risposta non è stata immediata. Casarini dovrà attendere cinque giorni prima di sapere se è accusato o meno. Nessuna attesa, invece, per l’ex capo dell’Antiterrorismo Arnaldo La Barbera, per il suo vice Superi e per una serie di dirigenti dello Sco e della Digos di Genova e Bologna impegnati nel blitz notturno delle Forze dell’Ordine alla scuola Diaz. Costoro non debbono attendere nulla. Anche se non hanno ancora ricevuto la notifica formale sono già stati informati a mezzo stampa di essere indagati per una serie di gravi reati relativi ai presunti eccessi compiuti dagli agenti all’interno della scuola genovese dove erano ospitati alcuni manifestanti contrari al G8. 

Il confronto non serve a sollevare l’eterno discorso dei due pesi e delle due misure di certa magistratura politicizzata. E neppure a riproporre strumentalmente l’inquietante interrogativo se i magistrati di Genova operino in nome del Popolo Italiano o in nome del popolo di Seattle. E’ chiaro che l’opinione pubblica rimanga colpita da questa bizzarra differenza di comportamento: da un lato una una prudenza che rasenta l’ambiguità nei confronti dei capi dei manifestanti genovesi responsabili non tanto delle minacce di disordini ma della guida e dell’organizzazione materiale dei disordini stessi. Dall’altro uno zelo fin troppo esibito nel perseguire le responsabilità dei dirigenti e dei singoli rappresentanti delle Forze dell’Ordine per i presunti eccessi di repressione delle manifestazioni di violenza compiute dagli antiglobal a Genova. La differenza c’è e si vede. Ed ogni singolo cittadino è capace non solo di coglierla con estrema precisione ma anche di giudicarla come meglio crede.

Il confronto, invece, serve a sollevare un secondo livello di doppiopesismo. Quello meno evidente e nascosto. E, proprio per questa ragione, più pericoloso. Luca Casarini può sfruttare il margine di ambiguità provocato dal rinvio a data da destinarsi del suo ipotetico avviso di garanzia lanciando una offensiva contro i reati d’opinione. In questo modo non solo si difende con le argomentazioni tipiche dei garantisti e dei liberali contrari da sempre ai reati d’opinione ma cerca anche di nascondere l’eventualità di essere indagato oltre che per istigazione, anche per associazione a delinquere. Quella di Casarini, naturalmente, non è una botte di ferro. Anche perché i liberali ed i garantisti non sono affatto cretini. E conoscono perfettamente la differenza che passa tra il predicare astrattamente tesi favorevoli alla violenza politica, e l’organizzare militarmente un movimento di piazza provvisto addirittura di apposite divise (le “tute bianche”) per meglio scatenare la guerriglia urbana e sortire il massimo effetto sui media nazionali ed internazionali. 

Ma anche se non di ferro la sua è comunque una botte di difesa solida. Anche perché in suo favore finiscono con lo schierarsi strumentalmente tutte le forze dell’opposizione più becera e sciocca. Quella che non sa resistere al richiamo della foresta lanciato dai neomassimalisti dell’ultra sinistra. A differenza di Casarini, invece, i funzionari delle Forze dell’Ordine inquisiti con tanta tempestività e con così fermo rigore dalla Procura di Genova non possono aggrapparsi a nulla. Potrebbero in invocare a loro discolpa lo stato di necessità imposto da una situazione tecnicamente di tipo rivoluzionario (gli assalti alle caserme e le devastazioni cittadine). Ma sanno che se lo facessero aggraverebbero la loro situazione diventando il facile bersaglio di una stampa politicizzata, pronta a trasformare in martiri i guerriglieri, ad alimentare la favola dei desaparecido italiani ed a trasformare i poliziotti in massacratori di stampo nazi-fascista. Qualcuno dirà che per gli uomini delle Forze dell’Ordine si tratta di uno dei rischi del mestiere. Il che è sicuramente vero. 

Ma il problema irrisolto non riguarda la sorte personale di chi dovrebbe per definizione essere “uso ad obbedir tacendo” ma la difesa e la tenuta complessiva della democrazia. I rivoluzionari di professione hanno tutto il diritto di difendersi contestando i reati d’opinione. Ed i componenti delle Forze dell’Ordine hanno il pieno dovere di rispondere degli eccessi commessi rinunciando a priori a qualsiasi uso strumentale del mondo dell’informazione. Qualcuno, però, deve farsi carico della necessità di riequilibrare il rapporto sbilanciato tra gli eversori dei difensori dello stato. Senza eccessi od abusi di sorta ma garantendo una applicazione della legge non condizionata né dal clima mediatico, né da quello culturale, né dalle proprie convinzioni ideologiche e neppure dalla semplice opportunità di non suscitare la reazione violenta della piazza. La legge deve essere eguale per tutti. Senza sconti per i privilegiati del momento!