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La guerra
su due fronti
21 settembre 2001 Abbiamo visto in diretta televisiva l’impatto dei due aerei dirottati sulle Torri Gemelle di New York. Ed abbiamo impresso nella memoria ogni fotogramma degli incendi e del crollo dei due simboli della città “cuore dell’Impero Occidentale”. Ma a questo gigantesco quadro tragico manca un tassello fin troppo significativo. Conosciamo ogni sequenza del dramma che ha fatto oltre cinquemila vittime ma ci manca l’immagine dei morti. Le televisioni dell’intero pianeta hanno trasmesso solo immagini di vivi. Magari in disperato volo verso la disintegrazione a terra come è capitato per quanti si sono lanciati dai piani alti delle Torri. Oppure in marcia inconsapevole verso il sacrificio, come è capitato per i vigili del fuoco e per gli agenti ripresi mentre salivano sui grattacieli prima del secondo attentato e del crollo degli edifici. La mancanza delle immagini televisive e delle fotografie dei morti non è il frutto di una scelta di pietà concordata dai media di tutto il mondo. Qualsiasi professionista dell’informazione sa benissimo che un accordo del genere non sarebbe mai rispettato. Si tratta, al contrario, di una scelta precisa del governo americano che, prima ancora di affrontare il problema della rappresaglia contro i terroristi, ha isolato ermeticamente la zona del World Trade Center impedendo che una sola immagine delle vittime venisse ripresa e riportata all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Non si è trattato di una novità. Lo stesso avvenne in occasione della guerra del Golfo contro Saddam in cui lo sforzo maggiore degli eserciti degli Stati Uniti e dei loro alleati non fu di battere l’avversario ma di impedire che le immagini dei morti occidentali riempissero i teleschermi del pianeta. Il fenomeno è il frutto della lezione del Vietnam, guerra persa dagli Usa non nelle risaie indocinesi ma sul fronte interno. E proprio a causa del profluvio di immagini dei soldati caduti e delle scene più raccapriccianti del conflitto diffuse a getto continuo dai media nelle case degli americani e degli europei. La lezione di allora ha reso evidente che le guerre moderne si combattono su due terreni distinti. Quello militare, che nel caso attuale della guerra al terrorismo mondiale si trasforma in una gigantesca operazione di polizia e di giustizia internazionale. E quello mediatico, che nel mondo trasformato in un villaggio globale dalla rivoluzione tecnologica, diventa addirittura più importante e decisivo di quello delle armi. Gli americani hanno applicato immediatamente la lezione. E si può stare certi che combatteranno sul terreno mediatico con la stessa determinazione e decisione con cui si batteranno sul terreno militare. Non per ridurre i margini della libertà di stampa, che negli Usa sono mille volte più ampi di quelli esistenti in qualunque altro paese del mondo. Ma per vincere senza problemi la guerra contro il terrorismo. Diverso, invece, è il caso italiano. Da noi già è difficile garantire un impegno sul terreno militare se l’operazione non viene ipocritamente contrabbandata come una “missione di pace”! Figuriamoci se si tratta di battersi sul terreno mediatico per sostenere un fronte interno fisiologicamente indebolito dalla totale egemonia degli intellettuali post-comunisti e cattolici terzomondisti nel mondo della comunicazione e del giornalismo. Non dimentichiamoci che in occasione della guerra della Nato contro Milosevic il principale atto di concreta solidarietà al regime del dittatore serbo venne dal servizio radiotelevisivo pubblico italiano, la Rai. Non fu forse Michele Santoro a trasformarsi in scudo umano sopra i ponti di Belgrado per difendere con i mezzi della televisione di stato quel dittatore che nelle stesse ore veniva bombardato dagli aerei militari non solo della Nato ma anche italiani? Chissà se il Parlamento italiano, che con la commissione di Vigilanza ha il compito di indirizzare l’attività della Rai, consentirà una riedizione dell’azione di sabotaggio mediatico compiuta a favore di Milosevic. Certo l’Afghanistan non è Belgrado. Ma da ex telekabulista e con il supporto del neotalebano Freccero, Santoro potrebbe fare questo ed altro. Non per aiutare a vincere la guerra contro il terrorismo ma per farcela perdere più agevolmente! |