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  Il ritorno dei cattivi maestri
3 ottobre 2001

Nessuno sa ancora bene quanti italiani siano sepolti sotto le gigantesche macerie delle Torri Gemelle e degli edifici circostanti crollati. Non solo quelli forniti di passaporto italiano ma anche quelli provvisti di cognome italiano. Quanti emigrati o discendenti di emigrati lavoravano nel cuore economico e finanziario di Manhattan? Perché, infatti, non calcolare tra i “nostri” caduti anche chi, pur avendo perso la cittadinanza originaria, è ugualmente “nostri” per radici, sentimenti, abitudini e retaggio culturale? E’ probabile che il numero esatto di queste vittime non verrà mai conosciuto. Ma qualunque sia il criterio si voglia stabilire per contarle è indubitabile che la strage dei nostri connazionali sia stata particolarmente ampia. Un massacro di sessanta o settanta persone è, per dimensioni, paragonabile alla strage del Dc9 di Ustica e quella della stazione di Bologna. Ed, in ogni caso, costituisce una delle più grandi tragedie che dalla fine della guerra ad oggi abbiano colpito direttamente il nostro paese. Decine e decine di morti, molto più di quelli della strage di Piazza Fontana o di Piazza della Loggia o, andando ancora indietro nel tempo, di Kindu, dove alcuni piloti ed avieri che portavano aiuti per conto dell’Onu vennero trucidati dai guerriglieri congolesi.

Ma come ha reagito l’Italia ufficiale e la sua opinione pubblica di fronte ad una tragedia così diretta e di così grandi proporzioni? Silvio Berlusconi ha parlato esplicitamente di tragedia italiana citando l’alto numero di connazionali colpiti dalla furia omicida dei terroristi. A sua volta il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha avuto parole non formali ma sinceramente sentite per una tragedia che non è solo degli Stati Uniti ma di ogni paese libero e civile. A loro volta il Presidente della Camera Pierferdinando asini ed il Ministro per gli Italiani All’Estero Mirko Tremaglia hanno partecipato alle solenni esequie celebrate nella cattedrale di San Patrizio di New York. Un segnale, dunque, è venuto dai massimi rappresentanti dell’Italia formale. Ma si è trattato di un segnale di bassa intensità. A cui, per soprammercato, si è aggiunta la sostanziale rimozione da parte dell’opinione pubblica dell’aspetto italiano della tragedia americana.

C’è stata, è vero, la solita ondata retorica di “sdegno, condanna ed esecrazione” e l’ennesima esibizione di buonismo ipocrita e cialtrone con ampia effusione di lacrime fasulle. Ma dietro la cortina della solidarietà a parole è mancata una effettiva consapevolezza dell’opinione pubblica della natura anche italiana e nazionale della tragedia americana globalizzata dai canali televisivi satellitari. All’emozione del momento per straordinarietà dell’evento traumatico è subentrata la preoccupazione per il futuro. Ma in mezzo non c’è stato un solo istante in cui gli italiani, tranne i parenti, gli amici ed i conoscenti delle vittime, si siano resi conto che non si è trattato di una tragedia lontana ma di un dramma anche casalingo. Le ragioni del fenomeno sono molteplici. Dalla scarsa sensibilità dei rappresentanti di tutte le forze politiche alla tendenza nazionale al cinismo che spinge ad ammantare ogni avvenimento di qualsiasi portata di ipocrisia e di bolsa retorica. 

Ma fra le tante spicca ancora una volta l’ennesimo “tradimento” che i “ chierici” della cultura e dei media del paese hanno compiuto ai danni di quel popolo di cui dovrebbero essere l’espressione e la guida. Il mondo degli intellettuali, cioè il mondo di chi appare sui media ed indirizza e condiziona l’opinione pubblica, ha ignorato l’aspetto italiano della tragedia. E lo ha fatto non solo perché alcuni decenni di cattocomunismo internazionalista lo spingono a disprezzare ogni riferimento diretto o indiretto alla identità nazionale. Ma soprattutto perché, minimizzando al massimo l’aspetto italiano della tragedia americana, la vicenda si presta più facilmente ad una doppia strumentalizzazione. Può essere trasformata in un accidente che riguarda esclusivamente gli Stati Uniti e può essere dipinta come la logica conseguenza del capitalismo e dell’imperialismo americano. Ancora una volta, in altri termini, il pregiudizio ideologico ha spinto gli intellettuali italiani a svolgere il ruolo di “cattivi maestri” nei confronti dell’opinione pubblica nazionale. Ed ancora una volta è stato dimostrato che senza una vera e propria rivoluzione culturale nessuna forma di cambiamento e di innovazione può essere realizzata nel nostro paese.