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  Le due sole sinistre
10 ottobre 2001

La guerra non è la sola igiene del mondo. Ma è sicuramente un incredibile fattore di accelerazione dei processi storici e politici. La considerazione vale per le vicende internazionali. E la conferma viene dal vorticoso rimescolamento di alleanze seguito agli attentati dei terroristi islamici agli Stati Uniti. Ma vale anche per quelle interne italiane, come dimostra il fulmineo chiarimento che si è venuto a creare all’interno della sinistra italiana dopo l’inizio della spedizione militare occidentale contro il governo talebano di Kabul ed i terroristi fondamentalisti installati in Afghanistan. La spada della guerra, in sostanza, ha tagliato di netto i nodi della sinistra italiana. E lo ha fatto con una precisione chirurgica che non si sarebbe mai potuto raggiungere altrimenti. Non sarebbero bastati anni ed anni di discussione, e magari qualche congresso ordinario e straordinario dei diversi partiti del fronte progressista, per fissare con tanta precisione la differenza esistente tra le anime contrapposte della sinistra. 

Non c’erano riusciti i fatti di Genova, che con il ritorno all’uso della violenza come strumento di lotta politica, avevano riproposto l’eterno dilemma tra la scelta riformista e quella massimalista. Non c’era riuscita la lunghissima fase precongressuale dei Ds, che pure aveva incominciato a far intravedere l’esistenza di una spaccatura tra i post-comunisti ormai definitivamente convertiti alla scelta occidentale ed i post-comunisti ancora suggestionati dall’idea di riaprire con il terzomondismo rivoluzionario la guerra perduta del comunismo contro le società aperte e liberaldemocratiche dei paesi più civili ed evoluti. Ci sono riusciti, al contrario, i venti di guerra. Come già avvenne nel 1914, come avvenne nel 1939 dopo il patto tra Mosca e Berlino per la spartizione della Polonia e come avvenne nel 1948 con lo scoppio della guerra fredda e la necessità di compiere una scelta di campo tra la democrazia ed il totalitarismo. 

Qualcuno può pensare che nel parlare di chiarimento avvenuto nella sinistra ci si riferisca alla spaccatura dell’Ulivo. Ma non è così. Il chiarimento vero e definitivo è quello che definisce una volta per tutte i confini dell’aerea riformista che si ritrova nelle posizioni dei vari D’Alema, Amato, Fassino, Rutelli e Castagnetti e dell’area massimalista ormai chiaramente rappresentata da Fausto Bertinotti e (grazie al massimalista di stato Michele Santoro) da Vittorio Agnoletto. Sono queste due aree e questi diversi uomini che si stanno dividendo le spoglie della sinistra spaccata dalla guerra. Qualcuno può pensare che in mezzo alle due aree ci sia una spazio occupato da Cossutta, dai Verdi e dalla componente diossina che vorrebbe portare alla segreteria Giovanni Berlinguer. 

Ma in realtà nella terra di nessuno ci sono solo ombre che camminano. La guerra non consente ambiguità, compromessi, sotterfugi. Impone scelte chiare. E chi si colloca nel mezzo secondo la formula fasulla del “né con gli Usa, né con Bin Laden” in realtà rinuncia a qualsiasi ruolo politico autonomo per farsi rappresentare solo da Bertinotti e (Santoro permettendo) dal piccolo Imam dei centri sociali che risponde al nome di Vittorio Agnoletto. La grande sinistra è quindi morta. Con essa è defunto anche il centro sinistra. Sopravvivono solo i neoriformisti ed i neomassimalisti. Ma con un tragico destino: quello di scannarsi all’infinito.