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I frati marciatori e la Chiesa
13 ottobre 2001 “L’Osservatore Romano” denuncia il pericolo che le strumentalizzazioni politiche snaturino la Marcia della Pace da Perugia ad Assisi. Ed il cardinale Tonini rimprovera quanti stanno usando la tradizionale manifestazione come uno strumento di regolamento di conti politici all’interno della sinistra. Ma queste autorevolissime prese di posizione non bastano. Anzi, sono addirittura fuorvianti e pericolose. E rischiano di rappresentare una comoda copertura per la questione che sta alla radice dell’intera faccenda. La loro insufficienza è evidente. Non sono una denuncia o una sconfessione radicale. Sono una critica esterna. Dura quanto si vuole, ma espressa sempre da una posizione distinta e separata dall’avvenimento. Ed è proprio questa voluta presa di distanze che rende fuorviante, pericolosa ed inquietante qualunque critica espressa dai rappresentanti della Chiesa Cattolica alla strumentalizzazione politica della marcia della Pace. Le gerarchie ecclesiastiche, infatti, hanno tutto il diritto di pensarla come vogliono sul rischio di degenerazione che grava sul corteo pacifista. Ma non possono permettersi di prendere le distanze dalla vicenda. Per la semplice ragione che ad organizzare la marcia non sono i Bertinotti, gli Agnoletto, i Casarini o le Rosy Bindi, i Castagnetti ed i grandi leader dell’Ulivo Massimo D’Alema e Francesco Rutelli. Gli organizzatori sono i religiosi del Sacro Convento, i frati che indossano il saio di San Francesco, i sacerdoti che da anni guidano i fedeli da Perugia ad Assisi non in nome delle ragioni di qualche partito contrapposto e conflittuale con altri ma della pace cristiana fondata sulla regola evangelica dell’amore verso il prossimo, nemici compresi. I frati, e quindi il Sacro Convento, le autorità ecclesiastiche locali, la Cei e lo stesso Vaticano, non possono tirarsi fuori dalla faccenda facendo finta di essere dei semplice spettatori scandalizzati per la brutta piega presa dalle speculazioni politiche. Chi organizza ha il diritto ed il dovere di pretendere che la manifestazione venga realizzata secondo la propria impostazione e non subisca snaturamenti di sorta trasformandosi da una processione pacifica ad una riedizione della guerriglia di Genova. Perché i frati tacciono? Perché subiscono passivamente i giochi ed i controgiochi politici che si stanno consumando sulla pelle della marcia? Perché non sconfessano apertamente quelli che intendono partecipare usando la pace come un randello niente affatto metaforico per colpire gli avversari? E perché, infine, le massime autorità ecclesiastiche , invece di esprimere pareri dall’esterno, non intervengono direttamente per fare chiarezza e rimettere in chiaro che la Marcia della Pace non è un evento interno alla sinistra lacerata ma un contributo religioso all’amore tra gli uomini?
Lasciare simili interrogativi senza risposta sarebbe fin troppo eloquente. Vorrebbe dire non che la Chiesa ha fatto una scelta di campo ed è diventata di colpo bertinottiana ma che, ipotesi
addirittura peggiore, è talmente frazionata e divisa che non riesce neppure a controllare ed a riportare all’ovile i fraticelli smarriti lungo la via del terzomondismo violento e dell’antiglobalismo rivoluzionario. |