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Una giustizia da riformare
23 ottobre 2001 Chi sbaglia non paga. Anzi, grazie agli automatismi di carriera, viene comunque promosso e messo nelle condizione di continuare tranquillamente a sbagliare. Il caso Berlusconi ripropone il problema della responsabilità dei magistrati. Se non quella civile, su cui gli italiani si sono espressi fin troppo chiaramente con un referendum rimasto lettera morta, almeno quella professionale. Anche perché la vicenda Berlusconi non è una eccezione che conferma la regola del processo giusto, breve e non condizionato da fattori politici. Ma è la regola del processo ingiusto, dilatato nei tempi e perennemente subordinato ai fattori politici contingenti, che conferma come la giustizia giusta rappresenti nel nostro paese una incredibile eccezione. Sbagliano, allora, quei componenti del Consiglio superiore della magistratura che hanno reagito alla sentenza di assoluzione del presidente del Consiglio protestando contro chi è tornato a denunciare l’uso politico degli strumenti di giustizia compiuto da alcune procure nel periodo della cosiddetta “rivoluzione giudiziaria” della prima metà degli anni 90. Non è con le proteste che si difende l’operato del Pool di Milano o della procura di Palermo. Anche perché il modo arrogante e forsennato con cui queste proteste vengono espresse indicano con chiarezza che questi componenti del Csm non hanno minimamente colto il problema più profondo e reale sollevato dall’esito della vicenda giudiziaria del Cavaliere. La questione sul tappeto, infatti, non è più se Berlusconi sia innocente o colpevole, buono o cattivo, santo o diavolo. Il manicheismo contrario o a favore del leader del centro destra è stato ampiamente superato. Non solo dal voto del 13 maggio ma, paradossalmente, dalla fiducia che la metà degli italiani ha continuato a mostrare nei confronti del Cavaliere durante i lunghi sette anni di persecuzione giudiziaria che si sono susseguiti in gran parte all’intero di un quadro politico caratterizzato dalla presenza della sinistra al governo. Il vero problema che la sentenza della Cassazione pone è quello di ridare normalità democratica e costituzionale alla giustizia italiana riportando la regola degenerata e deviata al grado di eccezione e viceversa. Si può continuare ad andare avanti con processi che nascono da teoremi privi di fondamento, condizionano le esistenze non solo degli imputati ma dell’intero paese, durano anni ed anni con costi giganteschi a carico dello stato, sconvolgono gli equilibri politici e si concludono con la sconfessione totale dei teoremi di partenza? La maggioranza del Csm sembra essere testardamente attestata nella strenua difesa di questa degenerazione e dei magistrati che l’hanno creata e cavalcata. Ma la stragrande maggioranza degli italiani è convinta del contrario. Vuole che la giustizia torni ad essere giusta ed umana. E se i componenti dell’organo di autogoverno della magistratura insistono nel loro atteggiamento compiono un errore clamoroso. Dimostrano in maniera inequivocabile che gli ostacoli da superare per sciogliere il nodo di fondo della giustizia corretta non sono solo quelli posti dalle vecchie Procure eccellenti ma soprattutto da un Csm talmente politicizzato da essere la causa principale delle degenerazioni della giustizia. In queste condizioni la riforma dei criteri di elezione dei membri del Csm diventa indispensabile. Così come la necessità di far saltare gli automatismi di carriera dei magistrati e fissare il principio che chi sbaglia perde il diritto all’avanzamento ed alla promozione. |