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  Le difficoltà dell'araba fenice
8 novembre 2001

Molti esponenti del centro sinistra negano che il voto con cui il Parlamento ha autorizzato la missione militare in Afghanistan costituisca per l’Ulivo l’atto ufficiale di decesso. E sostengono che la scelta pacifista di Verdi, Comunisti italiani e di una larga fetta della sinistra diessina non debba essere considerata come il colpo di pugnale che ha provocato la dipartita dello schieramento progressista uscito sconfitto dalle elezioni del 13 maggio. La loro affermazione nasce più dal puntiglio che dalla realtà. In effetti il voto ha fotografato plasticamente lo sfaldamento dell’Ulivo. E nessuna dichiarazione ottimistica può nascondere questo dato di fato. Ma sarebbe sbagliato limitarsi a contestare le rivendicazioni di una fasulla vitalità pronunciate da alcuni esponenti del centro sinistra. A ben guardare, infatti, proprio nell’atto di morte del vecchio schieramento guidato da Francesco Rutelli è contenuto un segnale di rinascita. E’ vero che nel voto per la guerra al terrorismo l’Ulivo ha perso contemporaneamente le fronde di destra (Udeur e Sdi) e quelle di sinistra. 

Ma il suo nocciolo duro formato da Margherita e maggioranza dei Ds ha sostanzialmente tenuto. Lo ha fatto su con una scelta di fondo in linea con quelle analoghe compiute dalle sinistre riformiste e moderate europee. Ed in questo modo non solo ha molto coraggiosamente bruciato tutti i vascelli del riflusso nell’estremismo antioccidentale alle proprie spalle ma ha anche fissato la linea strategica della nuova opposizione destinata a spuntare, come la mitica araba fenice, dalle ceneri di quella vecchia. Il voto per la guerra al terrorismo, quindi, non segna solo una grande vittoria per la maggioranza di centro destra che ora può rappresentare il paese a livello internazionale forte del consenso di oltre l’85 per cento del Parlamento. Segna anche il primo passo del processo di ricostruzione della sinistra alternativa alla Casa delle Libertà attorno al progetto riformista ispirato ai modelli delle grandi socialdemocrazie europee e del laburismo inglese. 

Il passo è decisamente importante. La rottura del nocciolo duro riformista con l’area dei massimalisti guidata da Fausto Bertinotti ed in cui sono destinate a confluire tutte le forze massimaliste e pacifiste , è di quelle che non si possono ricomporre. Di fatto è la fine del mito dell’unità della sinistra che ha segnato la storia d’Italia dell’intero secolo scorso. Si tratta, però, solo del primo passo. Ad esso ne dovranno seguire molti altri lungo un percorso che si preannuncia non breve ed estremamente difficoltoso.
Nessuno, naturalmente, può prevedere la durata di questo processo appena iniziato. Qualcuno pensa agli anni dell’attuale legislatura. Qualche altro arriva addirittura a raddoppiare le legislature necessarie a far nascere una nuova sinistra riformista in grado di riconquistare la guida del governo. Poiché le accelerazioni in politica sono sempre imprevedibili, però, è bene rimanere con i piedi per terra. 

Il passo successivo al voto sulla guerra sarà il congresso dei Ds. E se le assise nazionali diessine si concluderanno con la conferma della linea strategica preannunciata da Piero Fassino e Massimo D’Alema ( ma a che prezzo?), la fase immediatamente seguente sarà quella della ridefinizione dei rapporti tra la Quercia e la Margherita. Di nuovo insieme nell’Ulivo? Ed in quale modo visto che la nomina a segretario dei Ds di Fassino comporta l’automatica ridiscussione della leadership ulivista di Rutelli? Ma dopo il primo l’araba fenice spuntata dalle ceneri del vecchio Ulivo sarà in grado di superare indenne i due passi successivi?