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Da Kabul a Pesaro
16 novembre 2001 Può sembrare strano ed anche risibile. Ma è certo che la caduta di Kabul avrà riflessi anche su Pesaro. Non sulla città marchigiana, s’intende, ma sul congresso dei Ds che essa ospita da oggi a domenica prossima. Se la guerra afghana non avesse avuto la svolta decisa ed imprevista dei giorni scorsi e le cronache quotidiane fossero state ancora piene di notizie di bombardamenti privi di una efficacia chiaramente riscontrabile, il congresso diessino avrebbe potuto prendere una piega addirittura contraddittoria rispetto all’andamento della fase precongressuale. Certo, l’elezione a larghissima maggioranza di Piero Fassino alla segreteria e la rielezione di Massimo D’Alema alla presidenza non sarebbero mai state in discussione. I rapporti di forza tra la maggioranza dalemiana ed il “correntone” di sinistra rivelatosi un “correntino” in disarmo sono talmente netti e definiti da sfidare qualsiasi accadimento esterno. Non a caso, primo e bizzarro esempio nella storia dei congressi dei partiti, le assise nazionali della Quercia avranno un andamento al contrario. Non si assisterà a due giorni di dibattito generale ed alla votazione finale del segretario. Ma si aprirà con la proclamazione di Piero Fassino alla segreteria e si proseguirà con una discussione che andrà avanti per 48 ore. E non si sa bene su quale punto specifico, visto che anche i rapporti interni sembrano essere stati definiti dalla rinuncia della sinistra di non entrare a far parte degli organi di vertice diessini. Ma se Kabul non fosse caduta proprio questa bizzarria di due giorni di chiacchiere in libertà nella cornice del congresso avrebbe potuto creare grossi problemi al neo segretario ed al nuovo gruppo dirigente del partito. Cacciato dalla porta con il voto su Fassino il fantasma del massimalismo pacifista sarebbe fatalmente rientrato dalla finestra. La sinistra avrebbe sicuramente presentato una mozione per impegnare il partito a battersi contro l’”inutile guerra” capace solo di sterminare i bambini afghani senza minimamente intaccare la resistenza degli indomiti talebani. E sotto la pressione della sinistra antagonista esterna guidata da Fausto Bertinotti e dal suo sottopancia Vittorio Agnoletto, la base congressuale non avrebbe saputo resistere al richiamo della foresta. Di sicuro il congresso, aperto con una scelta di segno dichiaramene riformista, si sarebbe concluso con una decisione di significato radicalmente diverso. A conferma che l’antica doppiezza non era solo il frutto dell’abilità tattica e strategica di Palmiro Togliatti ma una componente indistruttibile ed immodificabile del Dna dei comunisti e dei post-comunisti italiani. Kabul, però, è caduta. La guerra si è rivelata utile ed ha dimostrato l’assoluta infondatezza delle posizioni dei pacifisti massimalisti. Il congresso dei Ds, quindi, si apre nelle condizioni migliori per la maggioranza che si definisce riformista e che ha già conquistato il partito. Ma basteranno queste condizioni a realizzare il miracolo della fine della doppiezza genetica? Qualcuno ne dubita. Ma per i nuovi dirigenti diessini sanno che si tratta della partita decisiva. Ora o mai più. |