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  Da via Arenula al Viminale
23 novembre 2001

Silvio Berlusconi non ha bisogno di consigli. Sa benissimo come risolvere il caso Taormina. E si può stare certi che alla fine deciderà per il meglio trovando il giusto compromesso tra le esigenze della coalizione di governo ed il rapporto personale con un personaggio che non è solo un amico fedele ma anche il portavoce di sentimenti diffusi nell’elettorato del centro destra. Nel valutare la decisione da prendere è però bene che il presidente del Consiglio, e soprattutto i dirigenti dei partiti della maggioranza, compiano una sforzo di memoria. E tengano ben presente la singolare sorte capitata negli ultimi dieci anni non solo ai rappresentanti di governo che hanno osato mettersi contro la lobby dei magistrati politicizzati e dei loro protettori della sinistra ma anche a tutte quelle forze politiche che nello stesso periodo hanno sacrificato i propri rappresentanti sull’altare della necessità di evitare ogni forma di scontro con le Procure eccellenti.

Il riferimento non è alle vicende complessive della cosiddetta rivoluzione giudiziaria di cui sia Berlusconi che Gianfranco Fini o Marco Follini conoscono a menadito ogni passaggio. E’, più specificatamente, al singolare destino capitato ai ministri della Giustizia che, con la sola eccezione di Fassino e Diliberto, si sono succeduti sulla poltrona di via Arenula e hanno osato creare una qualche barriera alle ricorrenti esondazioni dei Pm guardiani della via giudiziaria al socialismo in Italia. Claudio Martelli venne infilzato con una serie di avvisi di garanzia, Giovanni Conso venne azzittito e paralizzato per la sua proposta di soluzione politica di Tangentopoli, Alfredo Biondi subì una vera e propria defenestrazione a fuor di piazza, Filippo Mancuso venne dimissionato con un brutale atto parlamentare. Meno cruenta ma altrettanto amara fu la sorte riservata ai Guardasigilli del centro sinistra. Filck, Diliberto e Fassino non subirono cacciate di sorta, ma solo perché accettarono di buon grado di piegarsi senza troppi strepiti agli umori ed ai desideri delle truppe d’assalto della rivoluzione giudiziaria. 

La morale di questa memoria è dunque semplice. Chi tocca i magistrati politicizzati o muore (ovviamente in termini politici) o accetta di buon grado di essere paralizzato. E lo stesso vale per le forze politiche che si lasciarono imporre dal fronte congiunto dei media e dei Pm il sacrificio dei propri uomini di governo. Ad ogni cedimento sui singoli ha sempre corrisposto il cedimento e la rottura del partito o, addirittura, della coalizione. La lezione della vicenda di Alfredo Biondi dovrebbe far riflettere attentamente il Presidente del Consiglio ed i dirigenti del centro sinistra. Il suo linciaggio mediatico e politico aprì la strada alla rottura del primo centro destra, alla caduta del governo ed al ribaltone benedetto e guidato da Oscar Luigi Scalfaro. 

Le lobby giornalistiche e giudiziarie artefici delle nequizie del passato hanno tentato di ripetere l’operazione ai danni dell’attuale Ministro della Giustizia Castelli. Ma hanno fallito. L’attuale Guardasigilli ha nervi di ferro e non è caduto nella trappola. Così hanno cambiato bersaglio ed hanno puntato su Carlo Taormina, che non solo è per natura pronto a cedere a qualsiasi provocazione ma non perde mai alcuna occasione per lanciare a sua volta provocazioni ai danni dei suoi avversari. Vale la pena sacrificare il sottosegretario agli Interni per placare i nervosismi e le preoccupazioni delle lobby? Palazzo Chigi si ricordi di Biondi. E dica no!