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La nuova Dc e i problemi di An
29 novembre 2001 Fa bene il centro sinistra ad interrogarsi ed a lacerarsi sulla disfatta elettorale in Sicilia. Ma farebbero ancora meglio i partiti del centro destra ad affrontare con attenzione e serietà il significato del voto siciliano. Nella consapevolezza che vincere senza capire significa creare le migliori condizioni per possibili sconfitte future. Per cui sbagliano quegli osservatori e politici della maggioranza che si crogiolano al sole della batosta dei Ds, dalla scomparsa definitiva dell’“orlandismo”, dello svuotamento della Margherita e della transumanza del voto cattolico dall’area moderata dell’Ulivo a quella del centro destra in nome dell’antico e sempre presente principio del “Franza o Spagna, purché se magna”. Certo, è sicuramente significativo che la Quercia siciliana sia ormai ridotta ai minimi termini dopo la lunga stagione in cui i suoi dirigenti hanno appaltato alle frange più giustizialiste della politica e della magistratura la linea politica del partito. Ed è altrettanto significativo che il test siciliano costituisca l’ennesima conferma della assoluta inconsistenza della pretesa di fondere in una sola Margherita i cattolici democratici e la sinistra laica. Tutto questo indica che ancora una volta la Sicilia anticipa le vicende politiche nazionali e che il centro sinistra ormai morto nell’isola si accinge ad esalare l’ultimo respiro anche a Roma. Ma i drammatici guai dell’opposizione non risolvono i problemi della maggioranza. Ed i dirigenti del centro destra compirebbero un serio errore se prendessero a pretesto la disfatta del centro sinistra per evitare di riconoscere ed affrontare le questioni che il voto siciliano solleva all’interno del proprio schieramento. La prima è costituita della prepotente riproposizione della cosiddetta “questione post-democristiana”. Da Palermo e dalle altre città dell’isola parte un segnale di forte accelerazione del processo di riaggregazione dell’area politica cattolica. A sinistra rimangono gli irriducibili ed ormai marginali nostalgici del compromesso storico: La stragrande maggioranza del vecchio elettorato democristiano si ritrova nel centro destra. Per il momento suddiviso tra diverse sigle. Ma con la prospettiva sempre più vicina di raggrupparsi sotto una sola bandiera e di diventare il più forte ed esperto alleato del partito del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ma se la prima questione è quella della riapparizione sotto forme diverse di una nuova Dc dalla consistenza elettorale a due cifre, la seconda questione diventa automaticamente quella delle conseguenze nella maggioranza dei mutati rapporti di forza tra gli alleati. Nei tempi brevi il problema può preoccupare solo in parte Forza Italia. Anche se gli scivoloni parlamentari subiti dal governo nei mesi scorsi farebbero pensare l’esatto contrario. E lo stesso vale per la Lega, che può sempre far pesare il proprio ruolo determinante nelle regioni settentrionali per continuare a pesare e contare in maniera significativa. Chi rischia una progressiva emarginazione, invece, è Alleanza Nazionale. Sia perché la riapparizione della Dc, come dimostra il voto in Sicilia, tende a riportare lo spazio elettorale della destra alle dimensioni fisiologiche del passato. Sia perché le scelte del proprio gruppo dirigente sembrano pericolosamente indirizzate proprio a favorire il fenomeno della marginalizzazione. L’illusione di scavalcare il centro puntando allo sfondamento elettorale sinistra continua ad aleggiare sulle teste del vecchio gruppo dirigente missino. Che dovrebbe impegnarsi in una nuova, più grande e più significativa Fiuggi per sfuggire ai rischio dell’isolamento e per sfidare la nuova Dc sul terreno della conquista dell’elettorato moderato. Ma che invece tende a ripetere gli errori degli anni ‘80. Come se il tempo fosse passato invano e la lezione di Pinuccio Tatarella fosse stata completamente dimenticata. |