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Le pagelle di Romiti
4 dicembre 2001 E’ tempo di pagelle per i ministri del governo di Silvio Berlusconi. Le prepara lo stesso Presidente del Consiglio nel chiuso del suo studio di Palazzo Chigi. E lo fa per compiere quell’esame di produttività della propria compagine governativa che dovrebbe fungere da giusto e continuo impulso per una coalizione su cui grava il grande pericolo della stabilità eccessiva. Ma Berlusconi non è il solo a stilare le curve di rendimenti dei responsabili dei vari dicasteri. Anche il “Corriere della Sera” ha deciso di valutare la capacità e la produttività dei componenti del governo. E con felice scelta giornalistica lo ha fatto alla scadenza del primo semestre di attività della compagine governativa guidata dal leader della Casa delle Libertà. Arrivando addirittura ad anticipare il lavoro del Cavaliere. In altri tempi una iniziativa di questo genere da parte del quotidiano di via Solferino avrebbe pesantemente condizionato i giudizi del Presidente del Consiglio in carica. Fino al punto da creare le condizioni per un rimpasto destinato a rimuovere e sostituire i “bocciati” dal giornale della grande borghesia italiana. Adesso, però, è fin troppo facile escludere che le pagelle stilate dal “Corriere della Sera” possano avere lo stesso effetto. Su Berlusconi i giudizi del principale quotidiano italiano non faranno né caldo, né freddo. La ragione non è la scarsa attenzione del Presidente del Consiglio per i giudizi della stampa libera. Berlusconi, al contrario, è fin troppo attento alle osservazioni, alle stimolazioni, alle critiche ed agli attacchi del mondo dell’informazione. Sia nazionale che internazionale. La ragione è che il criterio usato dal “Corriere della Sera” per fissare le tabelle dei buoni e dei cattivi ministri non è più quello che avrebbe adottato il quotidiano non solo ai tempi del mitico Albertini ma anche di quelli del più recente Paolo Mieli. Allora, sia nei primi decenni del secolo passato che nell’ultima decade, il Corriere si sarebbe espresso nei confronti del governo e dei suoi ministri come la voce della intera borghesia italiana. O meglio, dei gruppi di guida del mondo produttivo nazionale. I suoi giudizi sarebbero stati la conseguenza precisa degli interessi dell’intero capitalismo familiare italiano. E, come tali, pur essendo frutto di una precisa visione di parte, avrebbero avuto il significato di un messaggio collettivo del settore più importante della società italiana. Adesso, invece, le pagelle del Corriere non esprimono le valutazioni o gli interessi di una classe, di un ceto o, semplicemente, delle “grandi famiglie”. Sono l’espressione precisa ed inequivocabile di un solo interesse, di una sola voce, di una sola esigenza. Quella dell’attuale editore del “Corriere della Sera”. Che non è il rappresentante della grande borghesia settentrionale, non è il portavoce riconosciuto dell’intero ceto produttivo e non è neppure la punta di lancia delle “grandi famiglie” capitalistiche. E’ Cesare Romiti, imprenditore e finanziere di grande successo, che però non è né Albertini e neppure la famiglia Agnelli. E’ un personaggio che utilizza il “Corriere della Sera” nello stesso modo in cui Carlo De Benedetti ha utilizzato per anni ed anni “La Repubblica”. Per i propri obbiettivi e le proprie relazioni. Non è un caso, allora, che il quotidiano milanese promuove Giulio Tremonti, Renato Ruggiero e Letizia Moratti e boccia o rinvia ad ottobre tutti gli altri. Il suo editore non si vuole inimicare il ministro dell’Economia, è amico di quello degli Esteri ed intende mantenere buoni rapporti con un ministro della Pubblica Istruzione che fa parte dello stesso “salotto” meneghino. Degli altri non si cura. Ed il suo giornale lo manifesta in maniera fin troppo evidente. Il che è assolutamente legittimo. Ma spiega perfettamente la ragione per cui una volta il “Corriere della Sera” faceva e disfaceva i governi e adesso non fa e non disfa un bel nulla! |