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  I due fronti della battaglia
11 dicembre 2001

Nessuno dubita che l’accordo sul mandato di cattura europeo verrà sancito nel corso dell’incontro odierno tra il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed il premier belga Guy Verhofstadt. Il nostro governo è fin troppo consapevole che una linea di assoluta intransigenza rinfocolerebbe tutti i pregiudizi antitaliani cresciuti a dismisura negli ultimi tempi nelle opinioni pubbliche di tutti i paesi europei guidati da esecutivi di sinistra. Ed è altrettanto cosciente che la propria coalizione, benché provvista dei numeri necessari, non avrebbe la forza politica e morale di resistere ad una pressione del genere . Quando il gioco si fa duro è noto che nel nostro paese, come diceva Andreotti a proposito della Dc, i molli diventano quinte colonne ed ai quadrati manca sempre un lato.

A sua volta il premier belga sa altrettanto bene che la resistenza dell’Italia sul tema dell’eurogiustizia non è affatto isolata. Rispecchia la preoccupazione diffusa in tutto in Continente per il pericolo di pesante riduzione delle libertà personali connessa alla pretesa di emanare il mancato di arresto europeo senza alcuna armonizzazione delle diverse legislazioni ed in assenza di una Carta Costituzionale europea. Verhofstadt, inoltre, sa ancora meglio, al di là delle pressioni, delle minacce e delle rodomontate di alcuni rappresentanti dei governi francese e tedesco, che isolare l’Italia è un lusso che nessun governo di sinistra europeo può permettersi di correre. Senza il nostro paese non c’è Europa, solo una fascia di paesi continentali privi di quel ventre mediterraneo che sarà pure molle ma che è sempre un ventre di cui né Parigi, né Berlino possono fare a meno.

L’accordo, dunque, è praticamente scontato. Ma proprio la consapevolezza che il compromesso è inevitabile impone al centro destra di affrontare le due questioni principali sollevate dalle polemiche degli ultimi giorni. La prima riguarda la politica interna e la necessità che la coalizione ritrovi la propria compattezza decidendo una volta se intende rispettare o meno le promesse ed il programma elettorale. La seconda riguarda la politica estera e l’esigenza di affiancare al tradizionale europeismo della nostra diplomazia anche una linea di intervento politico e mediatico destinata a rompere l’assedio condotto ai danni del nostro paese dall’internazionale di sinistra e dai suoi “utili idioti” continentali e domestici.

Sul piano interno il chiarimento da realizzare non è tanto quello sulla compattezza di una maggioranza che non ha alternative e che è assolutamente obbligata a rimanere unita. Il chiarimento deve riguardare il programma da realizzare ed il modo con cui farlo. E deve partire dalla presa d’atto che non c’è alcuna possibilità di dialogo e di compromesso con una opposizione animata solo da una incredibile tendenza a trasformare il confronto democratico in guerra civile. Di fronte all’atteggiamento oltranzista dello schieramento di sinistra e dei suoi fiancheggiatori non c’è altra strada che realizzare la svolta ed il cambiamento promesso agli elettori e farlo con la massima decisione e nel minor tempo possibile. Le prudenze, i tempi lunghi, la ricerca ossessiva dell’intesa non sono considerati come gesti di generosità e di accortezza bipartisan ma come evidenti manifestazioni di debolezza. Per cui la strada diventa obbligata. A meno che non si vogliano creare le condizioni per l’autoaffondamento e la fine anticipata e drammatica della legislatura.

La stessa determinazione va adottata anche in campo internazionale. Non tanto nel compiere atti di discontinuità nella linea del tradizionale europeismo italiano. Quanto nel fissare il principio ed applicare il principio della reciprocità nei confronti di quei paesi che, in combutta con gli ultimi “giapponesi” della sinistra italiana, sono impegnati a creare una cortina di discredito attorno all’Italia. All’europeismo della diplomazia, in altri termini, bisogna affiancare una vera e propria campagna politico-madiatica in Europa per contrastare l’offensiva dell’internazionale della sinistra. Non si tratta di una impresa facile. Ma Silvio Berlusconi può farcela tranquillamente. Anche perché come modello ha se stesso e quanto ha compiuto in Italia per fronteggiare e battere il post-comunismo.