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  La strada della battaglia
21 dicembre 2001

L’opposizione ha riscoperto l’antica strada dell’Aventino. Non lo ha fatto consapevolmente. Nessuno dei suoi dirigenti ha teorizzato di contrastare la maggioranza di centro destra arroccandosi dietro il rifiuto, fondato su ragioni morali prima che politiche, di accettare un duro ma corretto scontro con i partiti al governo. Sia nelle aule parlamentari che in ogni altro spazio (o circostanza) previsto dal metodo democratico. Nei fatti, però, il metodo scelto dal centro sinistra per contrastare i propri avversari al governo è proprio quello aventiniano. Non c’è stata alcuna marcia su Roma, non c’è stata nessuna forma di violenza nel paese, non è stato consumato nessun delitto Matteotti. Ma i partiti dello schieramento uscito sconfitto dalle elezioni hanno ugualmente seguito l’esempio di un passato ormai remoto puntando sulla delegittimazione morale degli avversari e sul rifiuto di accettare una qualsiasi occasione di confronto con essi.

Il “caso giustizia” è fin troppo significativo. Sono dieci anni che in Italia si discute sull’invasione della politica realizzata da alcuni settori della magistratura. E tutti sono d’accordo che l’uso politico della giustizia non solo ha liquidato la classe dirigente della Prima Repubblica ma ha anche pesantemente condizionato la nascita e la prima e tormentata fase della Seconda. Il tempo di chiudere questa pagina anomala della storia repubblicana è fin troppo maturo. Ma che succede se la maggioranza di governo cerca di avviare un dialogo con l’opposizione per mettere la parola fine all’anomalia e far rientrare la politica e la giustizia nei loro normali alvei istituzionali? I gruppi più estremisti dei magistrati politicizzati e dei partiti dell’ultra sinistra si affettano a bombardare a tappeto qualsiasi tentativo di confronto pacato e democratico. Ed i rappresentanti della parte più responsabile dell’opposizione si sottraggono al confronto ponendo una serie di pregiudiziali che di fatto impediscono qualsiasi tipo di dialogo.

Quando Luciano Violante, che per molti anni è stato il capofila e l’ispiratore dell’uso politico della giustizia, afferma che la sinistra affronterà la questione giudiziaria solo dopo che la maggioranza risolverà la “questione impunitaria” non fa altro che riesumare l’antica tattica dell’Aventino. Che vuole dire, infatti, chiedere al centro destra di rinunciare a difendere i propri esponenti della giustizia politicizzata se non respingere ogni forma di confronto o, peggio ancora e tanto per aggiungere al danno anche la beffa, subordinare l’avvio del dialogo all’arrivo di qualche sentenza di condanna nei confronti di Silvio Berlusconi? La risposta è chiara. Poiché Violante non può chiedere al centro destra di aspettare passivamente che la giustizia politicizzata e di parte colpisca in maniera irreparabile il proprio leader, di fatto rende noto che anche la sinistra non estremista non intende trovare soluzioni al problema della giustizia. E, soprattutto, rifiuta qualsiasi tipo di confronto con una maggioranza che considera priva di qualsiasi legittimazione morale in quanto colpevole del delitto di interessi privati in atti pubblici. 

Si può forse dialogare con i criminali? Evidentemente no, né più né meno di come gli aventiniani fecero a suo tempo. Ma la questione della giustizia è solo la prima di un lungo elenco. Che succede se la maggioranza di governo incomincia a rispettare gli impegni assunti con i cittadini e vara le riforme del fisco e della scuola? La riposta è sempre la stessa. Non consiste solo in un “no” pregiudiziale del tutto comprensibile per una opposizione ancora traumatizzata dalla sconfitta elettorale. Consiste anche e soprattutto nel rifiuto tassativo di discutere democraticamente di due progetti che riguardano gli interessi ed i valori più importanti del paese. E di rinviare tutto al comportamento della piazza. Cioè alla negazione di ogni possibilità di dialogo. Ma dove porta questo ritorno all’Aventino? Semplice: a nuove e più pesanti sconfitte della sinistra.