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  Dialogo ma non paralisi
3 gennaio 2002

Marco Pannella ha sicuramente ragione quando rileva che nella nostra Costituzione non esiste alcuna norma che attribuisce al capo dello Stato il compito di “consigliare”. Ma nella Carta Costituzionale non esistono neppure delle norme che autorizzano il massimo rappresentante dell’unità nazionale ad esternare, a picconare, a predicare, a proclamare ed a tramare a dispetto della volontà espressa dal corpo elettorale. Eppure, da Giovanni Leone in poi (e se vogliamo anche in precedenza con Giovanni Gronchi) non c’è stato un presidente che non abbia di volta in volta esternato, picconato, predicato, proclamato e pisciato fuori dal vaso intessendo trame per modificare a proprio piacimento gli indirizzi politici espressi con chiarezza dalla maggioranza degli italiani.

In queste condizioni la rivendicazione di Carlo Azeglio Ciampi del diritto-dovere di consigliare assume il senso di un sacrosanto e corretto ritorno allo spirito originario della Costituzione. Non un atto irrituale da contestare ma un gesto coraggioso da festeggiare in nome di quella necessità di ridare correttezza e normalità ad un sistema democratico che negli ultimi venti anni ha subito strappi e deviazioni anche a causa dei comportamenti extracostituzionali messi in atto da alcuni Presidenti della Repubblica. Dopo le forsennatezze di Scalfaro, in sostanza, i consigli di Ciampi non solo debbono essere accettati ma vanno anche benedetti. Sono il segno che al Quirinale si è chiusa la fase degli strappi costituzionali e si è aperta quella della ricucitura della democrazia.
In questa chiave un apprezzamento ed una considerazione particolari vanno al “consiglio” al dialogo inviato dal capo dello Stato alla maggioranza ed alle opposizioni.

Le forze politiche responsabili debbono affrettarsi a raccogliere il suggerimento pressante del presidente della Repubblica. E si debbono preoccupare di creare al più presto le condizioni migliori per sviluppare proficuamente il confronto realizzando concretamente quelle riforme di cui il paese ha un bisogno urgente ed improcrastinabile. 
Ma seguire il consiglio di Ciampi significa dialogare. Non significa inciuciare o ricercare ancora una volta quei compromessi paralizzanti di tipo consociativo che hanno caratterizzato gli ultimi trent’anni della prima Repubblica e sono stati la causa principale della grande crisi nazionale degli ultimi dieci anni. La precisazione vale per l’opposizione ma vale ancora di più per la maggioranza. Quest’ultima deve prendere coscienza che se vuole accogliere correttamente il suggerimento di Ciampi deve obbligatoriamente rinunciare ad interpretare la formula del dialogo sulla scia di come l’hanno interpretata ed applicata le classi dirigenti degli ultimi trent’anni. 

Il centro sinistra può anche permettersi di tentare inciuci o cercare compromessi tesi a paralizzare l’azione del centro destra. Ma la maggioranza non può compiere un errore del genere. Si è impegnata con gli italiani a cambiare un paese stravolto e penalizzato da decenni di non decisioni e di osceni papocchi consociativi. Deve rispettare l’impegno ricercando il dialogo ma avendo sempre ben chiaro che la responsabilità di governare ricade sulle sue spalle e che governare significa scegliere, decidere e realizzare. Questo non significa cadere nella tentazione di fare sempre e comunque “da se”. Significa andare al confronto con la ferma consapevolezza che in caso di stallo e di paralisi si deve andare comunque avanti lungo la strada del grande cambiamento. Questa è la direttrice da seguire sulla scuola, sulle pensioni, sul lavoro, sulla sanità, sul conflitto d’interessi. Ma, soprattutto, è questo lo spirito con cui si deve avviare il confronto con l’opposizione sulla riforma della giustizia.