![]() |
|
Il caso Ruggiero 4 gennaio 2002 Lo strappo di Renato Ruggiero non ha motivazioni politiche. Il ministro degli Esteri non punta a destabilizzare il governo di Silvio Berlusconi. Non prepara ribaltoni di sorta. E non ambisce a seguire l’esempio del suo predecessore Lamberto Dini inopinatamente “promosso” presidente del Consiglio in seguito alla defenestrazione del governo di centro destra di cui era uno degli esponenti di maggiore rilievo. Qualcuno ha prospettato una ipotesi del genere per spiegare la ragione della intervista al “Corriere della Sera” del responsabile della Farnesina. Ma si tratta di una ipotesi fasulla. Sia perché le condizioni politiche del 2002 sono totalmente diverse da quelle del ’95. Sia perché Ruggiero non ha alle spalle né dei trascorsi, né una cultura politica in grado di supportare un così machiavellico disegno politico. Ma l’esclusione di un sospetto del genere non rallegra affatto. Un disegno politico si può sempre sventare. Ed il suo artefice si può sempre convincere a rinunciare al proprio progetto. Ma si può cambiare una mentalità radicata ed una linea di comportamento consolidata dall’esperienza di una intera vita? Il dramma della sortita di Ruggiero è tutto in questo interrogativo dalla risposta scontata. Il ministro degli Esteri non ha espresso una preoccupazione politica con cui si può fare sempre e comunque i conti. Ha manifestato con grande sincerità la propria mentalità rispetto al modo con cui realizzare la politica estera europeista del governo italiano. E nel farlo ha portato inconsapevolmente alla luce non una propria peculiarità ma la caratteristica dominante dell’intera diplomazia italiana nei rapporti con gli organismi e le istituzioni europee. E cioè la tendenza a rapportarsi all’Europa, ai suoi organismi ed alle sue istituzioni in maniera non solo sacrale ma anche passiva. Per troppi decenni il tema dell’Europa non è stata solo la scelta consapevole ed obbligata per un paese uscito sconfitto dal secondo conflitto mondiale ma anche l’alibi e la copertura della totale assenza di politica estera dei governi italiani. Per cui ogni buon diplomatico italiano ha imparato ad assumere un atteggiamento sacrale nei confronti dell’Unione europea trasformando un progetto da affinare in un mito da venerare. E, di conseguenza, si è abituato ad uniformarsi passivamente ed acriticamente agli indirizzi che venivano espressi nelle sedi delle istituzioni europee dalle delegazioni dei paesi in grado di portare avanti la propria politica estera anche sul terreno comunitario. Ruggiero esprime perfettamente questa mentalità generalizzata della diplomazia italiana. Quella secondo cui l’Europa non si discute mai, neppure per migliorarla. E quella in base alla quale ci si deve uniformare sempre e comunque agli indirizzi espressi da Francia e Germania. Tale mentalità andava più che bene quando l’Italia delegava alla Nato la propria difesa ed ai maggiori alleati europei la propria politica estera. Oggi, invece, costituisce un problema. Più grave di una qualsiasi trama politica. Se il paese vuole avere una propria politica estera ed intende dare un proprio contributo attivo alla costrizione della nuova Europa deve necessariamente rieducare la propria diplomazia. Altrimenti tanto vale smantellare il ministero degli Esteri e mandare a casa il suo titolare. |