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  Il metro che non misura
9 gennaio 2002

C’è un sistema infallibile per stabilire il grado di europeismo di leader e nazioni. Lo ha inventato Sergio Romano. E si basa su un solo e semplicissimo interrogativo. Come debbono essere prese le decisioni sull’Europa da parte dei rappresentanti dei paesi presenti nel Consiglio d’Europa? Se la risposta è “a maggioranza”, secondo Romano, il grado di europeismo è massimo. Se invece la risposta è “all’unanimità” il grado di europeismo è minimo o inesistente. Per cui, sempre a parere dell’ex ambasciatore ed attuale autorevolissimo editorialista del “Corriere della sera”, le chiacchiere sulla attendibilità o meno dell’europeismo di Silvio Berlusconi e del governo italiano dopo l’uscita di Renato Ruggiero dalla Farnesina stanno a zero. 

Se Berlusconi è per il voto a maggioranza vuol dire che è europeista a cento carati. Se invece si dichiara a favore della conferma dell’attuale voto all’unanimità significa che non pensa affatto all’Europa unita. Il sistema escogitato da Romano è suggestivo ma non serve a misurare l’europeismo. Solo la dabbenaggine. Funzionerebbe alla perfezione se i paesi rappresentati nel Consiglio d’Europa fossero tutti uguali, autonomi e privi di un qualsiasi retaggio di tradizioni storiche, politiche e culturali. La formula, in altri termini, andrebbe bene se venisse applicata su Marte. E non dagli eventuali colonizzatori terrestri impegnati a dividersi il pianeta rosso in tanti spicchi quante le nazionalità presenti nell’Onu galattico. Solo dai marziani, senza la storia, la politica e la cultura delle nazioni del Vecchio Continente. 

Applicata nella attuale situazione della Ue, invece, riuscirebbe esclusivamente a cristallizzare gli attuali rapporti di forza realizzando non una Europa a due velocità ma una Europa a due fasce. Quella di serie A, formata dai paesi a governo socialista del Nord e caratterizzata dalla presenza di tutte le nazioni minori che da sempre gravitano all’ombra delle potenze egemoni francese e tedesca, E quella di serie B, formata dai paesi mediterranei inferiori di numero a quelli settentrionali e destinata a svolgere un ruolo totalmente passivo rispetto ai paesi egemoni della fascia superiore. Se le volontà dei paesi egemoni e di quelli subordinati, di quelli settentrionali e di quelli mediterranei, fossero ispirate alla comune intenzione di rinunciare ai rispettivi interessi nazionali in nome del comune interesse europeo, il problema sarebbe di forma e non di sostanza. Certo, potrebbe anche essere irritante continuare a giocare sempre e comunque in serie B. 

Ma il sacrificio psicologico sarebbe ampiamente compensato dalla consapevolezza di partecipare alla costruzione di quell’Europa che ogni italiano considera patria comune. Fino ad ora, però, non esiste traccia di un simile spirito. Né a Parigi, né a Berlino, né a Bruxelles. Al contrario, ogni paese si preoccupa solo di tutelare i propri interessi, magari ammantandoli di motivazioni europeiste come hanno fatto Francia e Germania nella vicenda dell’Airbus. E, soprattutto, i governi di sinistra dei paesi del Nord si muovono solo nel solco della strategia complessiva non ispirata all’Europa ma all’Internazionale Socialista. Con il metro di Romano, quindi, non si misura un bel nulla. E la dimostrazione viene dall’applicazione ipotetica al contrario dello stesso metro. Se nel Consiglio d’Europa la maggioranza fosse formata dai paesi non solo mediterranei ma anche guidati da governi di centro destra, quelli della minoranza di sinistra e del Nord accetterebbero di rinunciare al voto all’unanimità per mettersi alla mercé del gruppo egemone? Sarebbe interessante avere delle risposte in proposito.