torna alla
home page

ARCHIVIO

2002
marzo
febbraio 
gennaio

2001
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

2000
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

1999
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  La condizione del dialogo
11 gennaio 2002

E’ sicuramente valida e benemerita l’iniziativa dello Sdi di tentare di riaprire il dialogo tra maggioranza ed opposizione sulla riforma della giustizia. Tanto più che parte proprio nel momento in cui lo scontro appare più acceso e violento a causa delle tormentate giornate milanesi del processo Sme a carico di Silvio Berlusconi e Cesare Previti.
I partiti della Casa delle Libertà, quindi, non possono non afferrare la mano tesa che viene offerta dai socialisti di Enrico Borselli. E debbono compiere ogni sforzo per aprire e tenere aperto un tavolo di trattativa e di confronto sul tema della riforma della giustizia. Sia per svelenire progressivamente un clima che rischia ancora una volta di intossicare drammaticamente la scena politica nazionale. Sia perché molte delle proposte dello Sdi sono molto simili a quelle avanzate dal centro destra. E sembrano fatte apposta per mettere in evidenza come un confronto privo di isterismi, strumentalizzazioni e radicalizzazioni fondamentaliste sia assolutamente possibile tra le forze della maggioranza e quelle dell’opposizione. 

Ma sarebbe ipocrita ed irrealistico sostenere che il dialogo possa portare ad un qualche sbocco positivo se non il campo non venisse preventivamente sgombrato dalla questione che più di ogni altra ha viziato e condizionato la vita politica italiana dell’ultimo decennio. E cioè la possibilità che qualsiasi trattativa politica possa essere vanificata dal solito riscorso all’uso politico della giustizia. Si dirà che un conto è la sfera della politica ed un conto è la sfera della giustizia. E che il dialogo tra i partiti può e deve procedere senza tenere in minimo conto l’andamento del processo milanese. E si dirà, a maggior ragione, che i tempi della giustizia non possono essere regolati su quelli della politica. E che l’orologio della legge e della legalità deve battere in maniera del tutto autonoma e separata da quello di Montecitorio. 

Ma su queste sacrosante valutazioni grava una pesantissima spada di Damocle. Se la guerra personale proclamata da alcuni magistrati milanesi al Presidente del Consiglio si conclude con una sentenza di condanna in primo grado ai suoi danni, lo schema sacrosanto ma astratto della separazione netta della politica e della giustizia viene di colpo cancellato. Al suo posto ricompare lo scenario tristemente noto del colpo di stato giudiziario ai danni del governo ostile alla sinistra. Non perché qualche malizioso può decidere di incolpare strumentalmente i magistrati milanesi di usare la giustizia per fini politici. Ma perché l’ingiustificato accanimento giudiziario nel processo Sme sfocia fatalmente ed oggettivamente in un drammatico e temerario tentativo di destabilizzazione non solo del governo ma dell’intero paese. Il dialogo, quindi, se vuol avere una qualche possibilità di successo deve essere preceduto dalla eliminazione di questa spada di Damocle . Non esiste una alternativa a questa condizione. O si sterilizza il processo Sme, magari con una apposita legge ispirata al modello spagnolo che prevede la sospensione dei procedimenti giudiziari a carico del premier, o si apre lo scenario del golpe.