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La virtù del sordo 19 gennaio 2002 Curiosa vicenda quella di Giovanni Sartori! Fuggito dall’Italia nel ’76 per paura dell’arrivo dei “comunisti”, il “principe” dei politologi italiani ha deciso di ritornarci dopo che i “comunisti” erano arrivati ed erano addirittura riusciti a conquistare il governo del paese. Conversione o confusione? Il dubbio è legittimo. Ma è ancora più legittimo ipotizzare che il trascorrere degli anni abbia un po’ ossidato il pur brillante cervello del professore spingendolo per un verso ad adottare comportamenti in contraddizione con la propria storia, e per l’altro a coltivare con testarda determinazione e toscana protervia alcune bizzarre e pericolose monomanie. Le ultime della serie, quelle più note, riguardano il capo dello Stato ed il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi. Sartori, che pure conosce meglio di tutti la Carta Costituzionale e sa che il suo principio fondamentale non è affatto il “lavoro” ma la preoccupazione di non trasformare la figura del presidente della Repubblica in quella di un nuovo Duce, vuole che Carlo Azeglio Ciampi si metta l’orbace ed il cappello con l’aquila. E forte di questa autorità di Primo Maresciallo della Repubblica democratica costringa Silvio Berlusconi a risolvere il proprio conflitto d’interessi vendendo le proprie aziende o dimettendosi da presidente del Consiglio e ritirandosi a vita privata. Nessuno ha capito bene perché mai Ciampi dovrebbe calpestare la Costituzione solo per fare piacere alla fissa monomaniacale del “professore”. Ma anche se si convincesse a farlo, come molti suoi predecessori, perché mai la dovrebbe calpestare compiendo la corbelleria sollecitata da Sartori? E’ già grave la pretesa di imporre al capo dello Stato di adottare comportamenti ai limiti dell’illecito costituzionale. E bene ha fatto Piero Fassino a dissociarsi su questo terreno dalle spinte forsennate dell’iracondo politologo toscano. Ma è ancora più grave che Sartori richieda a Ciampi di compiere atti non solo demenziali ma anche del tutto controproducenti. La richiesta di imporre a Berlusconi di risolvere il conflitto d’interessi vendendo le proprie aziende, infatti, non solo non sarebbe destinata a risolvere la questione ma finirebbe con l’ingigantirla all’ennesima potenza. Che fine dovrebbe fare la gigantesca massa di denaro che il presidente del Consiglio e la sua famiglia si ritroverebbero nelle mani nel caso Ciampi seguisse Sartori e le aziende venissero effettivamente vendute? L’immissione di qualche migliaio di miliardi liquidi nel circuito finanziario ed economico nazionale ed internazionale farebbe automaticamente scoppiare mille altri nuovi conflitti d’interesse. E non solo perché quei soldi finirebbero fatalmente con l’essere impiegati nell’acquisto di altre aziende di dimensioni analoghe a quelle forzatamente alienate. Ma anche perché se pure venissero congelati con l’acquisto paradossale di buoni del tesoro, solleverebbero comunque un nuovo e più grave conflitto d’interesse. Sartori è troppo intelligente per non avere previsto questa inevitabile conseguenza. Per cui da Ciampi non vuole un intervento per costringere Berlusconi a vendere. Lo vuole per costringere Berlusconi ad abbandonare la politica e ad uscire di scena sconfessando e vanificando la volontà della maggioranza degli italiani. Ma da questo orecchio il Quirinale non ci sente e non ci vuole sentire? Viva il sordo! |