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Gli interessi in conflitto 24 gennaio 2002 C’è un’ultima e più immediata cartina di tornasole della crisi dell’opposizione e del pericolo di balcanizzazione ai suoi danni denunciato da Massimo D’Alema. Si tratta del modo con cui la sinistra ha incominciato ad affrontare il problema della legge sul conflitto d’interessi. Un modo che nelle sue linee generali ed astratte appare essere assolutamente schizofrenico. E che sembra fatto apposta per confermare l’esistenza di una frattura ormai incolmabile tra la sinistra politica rappresentata in Parlamento e la sua retroguardia intellettuale drammaticamente presente nella cultura, nel giornalismo e nella magistratura. La retroguardia intellettuale, che va da Borrelli a Tabucchi ed è sostenuta da “Repubblica”, “Unità” e “Micromega”, chiede di affrontare il problema del conflitto d’interessi all’insegna della questione morale e si ritrova sulla linea dettata da Giovanni Sartori. La richiesta che il conflitto d’interessi venga risolta attraverso la vendita del patrimonio è chiaramente irrealistica. Non solo perché si scontra con una delle norme fondanti della Costituzione ma perché risulta essere una vera e propria offesa al più comune buon senso. Non verrebbe accolta né in una comunità francescana delle origini e neppure nella più estremista comune ispirata a Mao od a Pol Pot. Ma la retroguardia intellettuale della sinistra non è affatto interessata alla realizzabilità o meno del progetto. Vuole semplicemente codificare la propria condanna etica e morale di Silvio Berlusconi e della maggioranza degli italiani che lo ha votato. E quindi non esita a portare avanti battaglie perdute in partenza pur di ribadire e rimarcare un giudizio che avendo un valore esclusivamente etico e morale non può essere inquinato in alcun modo da valutazioni di ordine politico. Qualcuno sostiene che l’atteggiamento degli ex intellettuali organici in crisi d’identità è frutto della cosiddetta sindrome aventiniana che spinge ciclicamente la sinistra italiana a reagire alle sconfitte politiche rinserrandosi nel moralismo astratto ed ottuso. Può essere. Ma può essere anche che la fuga nell’irrealtà dipenda anche da una diversa sindrome. Quella del disadattamento rispetto alla fine di un’epoca e di una egemonia ormai agli sgoccioli. Che chiarisce come la nobile eredità aventiniana non c’entri un bel nulla e come tutto sia riconducibile a semplice e banale consapevolezza di aver fatto il proprio tempo e di essere ormai fuori dalla storia. La sinistra politica, così come a parole predica inascoltato Massimo D’Alema, dovrebbe contrapporre all’irrealismo dei suoi forsennati intellettuali una linea di grande concretezza politica diretta ad evidenziare la capacità dell’opposizione di contrastare la maggioranza spingendola verso le soluzioni possibili e più utili al paese. Invece rinuncia a qualsiasi ruolo politico, trasforma il problema del conflitto d’interessi in una misera merce di scambio per l’ormai imminente e non più dilazionabile riassetto della Rai e si divide non sui sacri principi ma sulla pedestre e squallida ripartizione delle poltrone all’interno dell’azienda radiotelevisiva pubblica. A chi dovranno andare i due posti in Consiglio di Amministrazione Rai che spettano alla sinistra sulla base della logica che ispirò le nomine dei precedenti Presidenti di Camera e Senato all’epoca del governo di centro sinistra? I segmenti dell’opposizione sono tre, Ds, Margherita, Rifondazione Comunista. I posti sono solo due. La quadratura di questo cerchio sembra essere l’unica preoccupazione dei dirigenti delle diverse anime della minoranza parlamentare. Tanto più che all’interno di ciascuna anima ci sono delle sottoanime in feroce conflitto tra loro. I dalemiani ed i veltroniani tra i Ds, i popolari ed i rutelliani nella Margherita. E tutti pretendono un posto al sole ed un osso da spolpare nei lunghi anni della lotta ad un governo che minaccia di andare avanti per l’intero corso della legislatura. Non a caso Michele Santoro, che in questo modo si candida ad essere una delle pochissime teste pensanti e politiche dell’opposizione, richiama all’ordine i suoi referenti sollecitandoli a preoccuparsi del bersaglio grosso di una Presidenza Rai capace di far mantenere alla sinistra, se non l’attuale predominio assoluto, almeno un abbondante cinquanta per cento all’interno dell’azienda pubblica. Ma le sue parole, ovviamente ispirate alla preoccupazione di conservare la propria posizione, difficilmente saranno accolte. A dimostrazione che il problema da risolvere non è il conflitto d’interessi del Presidente del Consiglio ma gli interessi in conflitto dei dirigenti dell’opposizione in preda a schizofrenia acuta e molesta. |