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cattivi maestri 14 febbraio 2002 Gherardo Colombo annuncia che in caso di cambiamento della Carta Costituzionale potrebbe decidere di abbandonare la toga e la magistratura. Qualcuno potrebbe cogliere la palla al balzo ed auspicare una qualche sollecita modifica costituzionale per sbarazzarsi dell’ingombrante pm di Mani Pulite. Qualche altro potrebbe ricordare a Colombo che la Costituzione è già stata cambiata e lo sarà ancora di più per quanto riguarda le disposizioni transitorie che impedivano il ritorno dei Savoia. Che aspetta, allora, il componente dello storico Pool di Milano ad uscire di scena? Ma, in realtà, ciò che colpisce del proponimento espresso dal magistrato milanese nell’intervista di ieri a “ Repubblica” non è la sua promessa-minaccia di non fare più il magistrato penale in caso di modifiche costituzionali. I proponimenti, si sa, possono cambiare. E nessuno si potrebbe stupire eccessivamente se, anche in caso di cambiamento della Carta costitutiva della Repubblica, Colombo restasse al proprio posto. Ciò che colpisce e merita di essere sottolineato, inoltre, non è neppure la singolare idea che il magistrato milanese ha della democrazia e dei suoi eventuali limiti. La sua distinzione tra gli aspetti formali e quelli sostanziali del sistema e del metodo democratico lascia trapelare una concezione un po’ troppo utilitaristica della democrazia. Che deve prevedere dei limiti precisi alla volontà della maggioranza quando tale maggioranza è formata dagli avversari politici. E, naturalmente, non può avere alcun limite quando la maggioranza coincide invece con la propria fazione. Ma anche questa singolarità non può stupire più di tanto. La sinistra italiana è piena di personaggi che la pensano come Colombo. E sono convinti che i valori della Costituzione non debbano tutelare tutti gli italiani ma solo quelli che posseggono la patente di legittimità democratica concessa loro dalla sinistra stessa. A stupire, semmai, è la tardiva scoperta del magistrato del Pool dell’importanza della completezza e della pluralità dell’informazione nella democrazia moderna in generale e nell’Italia berlusconiana in particolare. Colombo lascia intendere che il conflitto d’interessi e lo strapotere del Cavaliere nel mondo dei media costituiscono una inguaribile ferita al tessuto democratico del paese. Altro che nuovo fascismo, come va cianciando a Parigi il Pessoa dei poveri Antonio Tabucchi! Con Colombo siano alla teorizzazione che con Berlusconi a Palazzo Chigi l’Italia sia nelle mani di una dittatura mediatico-affaristica molto più rigida e sofisticata di quella dell’esecrato ventennio. E nessuno potrà mai stupirsi se il diffondersi di una teoria del genere susciterà nei settori più oltranzisti della sinistra la voglia di reagire con gli stessi mezzi usati dai partigiani contro i nazifascisti. Colombo, purtroppo, conosce poco la storia patria. Ignora che l’intervento nello stato nell’economia è precedente la seconda guerra mondiale. Non conosce la genesi delle Brigate Rosse e degli “anni di piombo”. E, quel che è più grave, dimentica anche le vicende che lo riguardano personalmente per quanto riguarda la completezza e la pluralità dell’informazione. Oggi scopre che i media a senso unico possono attentare alla democrazia. Ma perché la stessa scoperta non l’ha fatta nel biennio ’92-’94 quando attraverso il combinato disposto degli avvisi di garanzie, delle carcerazioni preventive e del supporto totalitario di tutti i principali media del paese ha contribuito a dare vita alla cosiddetta “rivoluzione giudiziaria” ? Forse perché allora la stampa omologata era l’arma preferita del Pool ed oggi è finalmente tornata ad essere un semplice strumento d’informazione? Chi ha combattuto allora contro il golpismo mediatico-giudiziario non può accettare lezioni di sorta su questo terreno. Tanto meno da quei “cattivi maestri” che in fondo non hanno mai rinunciato alla “tecnica post-moderna del colpo di stato”. |