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  La coda di Pesaro
26 febbraio 2002

Passi per Francesco Rutelli. Che non ha ancora capito di non rappresentare più niente e nessuno. O se lo ha capito si ostina a non prenderne atto e ritirarsi in buon ordine. Ma Piero Fassino e Massimo D’Alema non sono degli sprovveduti. E debbono necessariamente aver compreso fino in fondo il reale significato dei morettismo, del girotondismo, del micromeghismo e del raduno dei quarantamila al Palavobis di Milano.
Il senso di tutti questi avvenimenti è semplice. Indica che il congresso di Pesaro non è affatto finito. E che, dopo aver vinto il primo tempo della partita interna, l’attuale gruppo dirigente diessino rischia di essere sconfitto ai tempi supplementari. Non sul campo ma sugli spalti. Rutelli può anche avere idee confuse al riguardo. Ma il segretario della Quercia e l’ex Presidente del Consiglio non possono avere dubbi in proposito. 

L’obbiettivo dell’indignazione crescente ed insopprimibile del popolo di sinistra mobilitato dai cosiddetti esponenti della “società civile” non è Silvio Berlusconi, il suo governo e l’intero centro destra. Il “nemico” ufficiale dei combattenti e reduci del ‘68, degli intellettuali disorganici anche a loro stessi, degli ultimi “giapponesi” della magistratura politicizzata e delle mezze tacche in cerca di un migliore futuro è solo apparentemente il Cavaliere. Nei fatti l’avversario da eliminare è rappresentato dagli attuali inquilini del Botteghino e dalla linea politica che vorrebbero portare avanti. Il bersaglio, in altri termini, è il riformismo. Anche nella forma timida e contraddittoria portata avanti dalla segreteria Fassino e dal suo ispiratore D’Alema. 

Le conseguenze di questo dato di fatto sono facilmente intuibili. Se la intera vicenda non segna la rivolta della società civile contro il centro destra berlusconiano ma è solo il tentativo degli sconfitti di Pesaro di prendersi le loro rivincite con l’aiuto della piazza più irriducibile, il dovere di reagire non spetta al Cavaliere ma a Fassino e D’Alema ed a tutti gli altri esponenti del centro sinistra che non intendono essere coinvolti nella deriva massimalista. Costoro sono di fronte ad una alternativa netta. O si arrendono alle pressioni dei fomentatori della piazza irresponsabile ed escono di scena rinunciando a qualsiasi ruolo politico. O decidono di reagire con dignità e coraggio contrapponendo all’estremismo più becero la bandiera del riformismo europeo. Anche a rischio di separare il proprio destino da quello di chi ha passato la vita a rincorrere ogni possibile utopia rivoluzionaria seminando odio, rancore e sangue. Non si tratta di una scelta facile. Ma se fosse facile tutti sarebbero in grado di essere dei leader. Pure Rutelli.