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Consiglio a D’Alema 28 febbraio 2002 Massimo D’Alema ha deciso di svernare negli Stati Uniti. Per sottrarsi alle polemiche ed alle contestazioni che puntano a trasformarlo nel capro espiatorio della sinistra italiana. E per ritornare in primavera finalmente liberato dal rischio di venire messo a margini della scena politica nazionale dalle pressioni degli ottusi partigiani di una presunta nuova resistenza. La scelta del leader diessino è perfettamente legittima. Ed anche astuta. Togliersi dai piedi per qualche tempo può favorire il raffreddamento degli spiriti più bollenti. E consente di applicare la regola aurea codificata dalla millenaria esperienza siciliana del “chinati giunco che passa la piena”. Ma si tratta di una scelta da leader? E’ degno del personaggio più rappresentativo della sinistra postcomunista italiana scappare negli Stati Uniti per sfuggire non alle persecuzioni dei nemici del centro destra ma alle offese ed ai tentativi di linciaggio degli “amici” del proprio partito e del proprio schieramento politico? Certo, ritirarsi nel bel mezzo della battaglia per evitare un inutile sacrificio può essere una scelta saggia. Soldato che fugge è buono una seconda volta. Ma tanta saggezza vale per il generale in capo e solo per lui? Se D’Alema si fosse chiamato Veltroni o Amato nessuno avrebbe sollevato quesiti del genere. L’ex segretario dei Ds è scomparso nel bel mezzo della battaglia elettorale per rifugiarsi nel bunker del Campidoglio. Ed ora sta nascosto e defilato tre i tombini e le fontanelle della Capitale in attesa di tempi migliori. Ma Veltroni non ha la tempra, la statura e la pretesa di essere il lider maximo. Può sperare di tornare ad essere il vice di Romano Prodi ma non di più. E la sua fuga non ha suscitato e non suscita scandalo. Lo stesso vale per Giuliano Amato, che ha i titoli ed i meriti per essere un grande leader ma per carattere continua a rimanere il professionista a contratto di craxiana memoria. |