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  La metamorfosi di un sindacato
Sabato 2 marzo 2002

Ormai è chiaro. La vera opposizione al governo di centro destra non si trova più in Parlamento. E neppure nelle piazze dove i dirigenti dei partiti del centro sinistra si trasferiscono nel tentativo di sopravvivere alla sconfitta elettorale rincorrendo le frange dell’estremismo di sinistra più spontaneo e più becero. L’asse portante dell’opposizione è rappresentata dai gruppi più politicizzati e più corporativi della categoria dei magistrati. Il Congresso di Salerno dell’Associazione Nazionale Magistrati è la conferma ufficiale e clamorosa di questa considerazione. Non solo per la relazione d’apertura del presidente Giuseppe Gennaro, che ha dato corpo e strategia alla linea del “resistere, resistere, resistere” dettata a suo tempo da Francesco Saverio Borrelli. Ma soprattutto per l’andamento complessivo dei lavori caratterizzati dagli interventi infuocati di Oscar Luigi Scalfaro e di Giancarlo Caselli e che si concluderanno con una tavola rotonda dedicata ai tema dei rapporti tra giustizia ed informazione a cui sono stati invitati solo i giornalisti rigorosamente schierati a sinistra e contro il governo.

Qualcuno potrebbe rilevare che la scelta del gruppo dirigente dell’Anm non costituisce una novità. Sono anni che il sindacato dei magistrati italiani ha rinunciato a svolgere un ruolo di semplice rappresentanza sindacale della categoria ed ha scelto la strada della militanza e della rappresentanza politica. Ovviamente vicino alla sinistra. Ma un conto è limitarsi a fiancheggiare, un altro conto è conquistare una spazio politico autonomo ed arrivare addirittura ad assumere la leadership della sinistra stessa e dell’intera opposizione. La novità ufficializzata dal Congresso di Salerno è proprio questa. E rappresenta una evoluzione significativa ed importante anche rispetto agli anni della “rivoluzione” di Mani Pulite e della cosiddetta “democrazia giudiziaria”. Allora erano alcuni magistrati ed alcune Procure eccellenti ad occupare gli spazi lasciati vuoti dal crollo della quasi totalità della vecchia classe politica. E non a caso chi voleva giustificare in qualche modo la tendenza di alcuni magistrati ad occupare spazi costituzionalmente non propri parlava di supplenza. 

Oggi, invece, è il gruppo dirigente dell’Associazione Nazionale Magistrati che schiera l’intera categoria non contro una classe politica delegittimata dall’uso politico della legge ma contro una classe dirigente pienamente legittimata dal consenso elettorale. La trasforma nell’antagonista principale della maggioranza di governo. E le attribuisce il compito non solo di guidare l’opposizione contro la Casa delle Libertà ma soprattutto di riunificare e rincuorare l’opposizione stessa, uscita traumatizzata dal voto, sotto la bandiera del giustizialismo e del moralismo. La decisione dell’Associazione Nazionale Magistrati di mettersi alla testa della sinistra in nome dell’ennesima riedizione riveduta e corretta della “questione morale” è, naturalmente, del tutto legittima. Ma non è detto che una scelta legittima sia automaticamente priva di conseguenze negative. Anzi, in questo caso, la decisione del sindacato dei magistrati rischia di produrre frutti avvelenati per tutti. Per la sinistra, per il paese e per i magistrati stessi. 

La sinistra, trasformata in forza gregaria di una categoria, può anche inventarsi la teoria della centralità della classe giudiziaria ma rischia un processo di dissoluzione addirittura accelerato rispetto a quello già in atto. Il paese torna ancora una volta a pagare le conseguenze di uno scontro tra istituzioni e poteri dello stato che minaccia di mandare all’aria la democrazia repubblicana. I magistrati, infine, corrono il serio pericolo di perdere in un colpo solo l’incredibile numero di privilegi di ogni genere e tipo accumulati nel corso degli ultimi decenni. Nessuno s’illuda, infatti, di poter calpestare impunemente la volontà espressa dalla maggioranza degli italiani. Alla fine i conti si pagano. E questa volta potrebbero essere particolarmente salati.