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Una legge per il pluralismo 14 marzo 2002 Il pluralismo delle proprietà non garantisce il pluralismo delle idee. Così come la proprietà pubblica non assicura in alcun modo il rispetto della diversità delle opinioni. Certo, non sono mancate le eccezioni, ma quando ci sono state si è sempre trattato di fenomeni legati più alla difesa degli interessi dei gruppi finanziari ed industriali che al rispetto dei principi del pluralismo e della libertà di stampa. Senza bisogno di andare indietro nel tempo e ricordare la storia dei grandi giornali nazionali nell’epoca giolittiana o in quella fascista, basta fare riferimento alle vicende dell’ultimo trentennio dell’Italia repubblicana od a quelle strettamente attuali per toccare con mano che la diversità di proprietà non garantisce il pluralismo. Agnelli, Romiti e De Benedetti sono concorrenti feroci sul terreno finanziario ma i loro grandi giornali hanno come straordinario massimo comune denominatore il sostanziale appiattimento all’egemonia calante della sinistra. Dov’era, ad esempio, il pluralismo in questi ed altri giornali durante gli anni della cosiddetta “rivoluzione giudiziaria” che ha sconvolto la vita pubblica italiana dal ’92 ad oggi? A garantirne il principio sono state le testate minori e marginali. Ma senza alcun effetto concreto sulla effettiva possibilità dell’opinione pubblica italiana di usufruire di una informazione autenticamente e pienamente pluralista. Lo stesso vale, in misura addirittura aggravata, se la proprietà è pubblica. Fino a quando “Il Giorno” è stato di proprietà dell’Eni non è stato un giornale pluralista ma totalmente schierato in favore del ruolo dei democristiani di sinistra nel sistema delle partecipazioni statali. Quanto alla Rai, poi, da sempre è stata espressione non del pluralismo delle idee ma degli assetti del potere politico. Prima monocolore fanfaniano, poi bicolore democristiansocialista, successivamente divisa in tre fette democristiana, socialista e comunista in nome del consociativismo ed infine sempre più sottoposta ad una progressiva occupazione da parte della sinistra culminata nella conquista totale dell’epoca del governo ulivista. Non è la proprietà pubblica o privata, quindi, che garantisce il pluralismo. E le stesse vicende di Mediaset o della Mondadori, sul fronte opposto a quello della Rai, lo confermano con la loro sostanziale omologazione culturale all’egemonia del momento. Che sarà pure fatta in nome di ragioni commerciali visto che la cultura egemone della sinistra ha educato negli anni il pubblico a prodotti di sinistra, ma che con il pluralismo non c’entro un bel nulla. A meno che, ovviamente, non si voglia affermare che il pluralismo di Mediaset sia assicurato da Emilio Fede! La realtà, quindi, è che nel nostro paese il pluralismo non è un principio che trova una tutela costituzionale o giuridica di alcun genere ma che viene lasciato alla buona volontà dei singoli. Di qui la necessità di fissare una volta per tutte delle regole legislature capaci di codificare il principio del pluralismo informativo e di fissare le regole e gli strumenti per farlo applicare e rispettare. Sarebbe opportuno che una iniziativa in questo senso venisse portata avanti dal centro destra. Per fare piazza pulita di tutte le strumentalizzazioni nazionali d estere che si stanno verificando sul tema del conflitto d’interessi e della libertà di stampa. Ma anche per impedire che le pressioni della nomenklatura e della piazza ottengano il risultato di conservare la vecchia egemonia del pensiero unico della sinistra ed impediscano l’avvento del pluralismo democratico nel nostro paese. |