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Reazionari in campo 19 marzo 2002 Reazione al cambiamento: era inevitabile che accadesse. Ed ora è puntualmente arrivata. Il governo tenta di rendere più flessibile il mercato del lavoro con una modifica all’art.18 che anche il premio Nobel Modigliani, uomo di sinistra, giudica necessaria? Ecco che i sindacati si mobilitano contro la minacciata innovazione in nome non della difesa degli interessi dei lavoratori ma della assoluta intangibilità delle regole del passato. Il comportamento delle Confederazioni sindacali è solo il primo di una lunga lista. Il governo vara una riforma del settore della giustizia che introduce alcuni elementi di novità in un quadro complessivo caratterizzato dal sostanziale fallimento del sistema giudiziario italiano? Ecco che l’Associazione Nazionale Magistrati si ricompatta su una dichiarazione di guerra che non ha come motivazione principale il merito dei provvedimenti in questione ma la pretesa del centro destra di osare promuovere un qualche cambiamento ed una qualche innovazione rispetto ad un quadro della giustizia che fa acqua da tute le parti. Il governo, infine, a quasi un anno di distanza dal proprio insediamento, incomincia ad affrontare il problema di ristrutturare, razionalizzare e reintrodurre un minimo di pluralismo nel sistema dell’informazione pubblica e delle strutture culturali del paese? Ecco che scattano le reazioni di tutti quelli che puntano a lasciare tutto immutato nella speranza di poter conservare i privilegi di cui hanno usufruito con la massima abbondanza negli anni della sinistra al potere. In Rai l’uscita di scena di Roberto Zaccaria e l’arrivo a viale Mazzini di un nuovo Consiglio di amministrazione non controllato ed egemonizzato dalla sinistra, fa scattare la mobilitazione dei nemici del cambiamento e del ritorno del pluralismo. Alla Biennale di Venezia avviene l’identico fenomeno con minacce di lotte ad oltranza da parte dei nostalgici della cultura egemone della sinistra. Contemporaneamente si apre la guerra per la conservazione dei vecchi assetti degli Istituti Italiani di Cultura, organismi considerati di totale e completa proprietà personale della sinistra al punto che gli attuali direttori li utilizzano non per promuovere la cultura italiana all’estero ma per organizzare dall’estero la denigrazione sistematica del governo in carica. Il fenomeno complessivo della reazione al cambiamento, infine, assume una dimensione talmente ampia da trasformarsi nell’unico motivo di risveglio e di ricompattamento di una opposizione che altrimenti non saprebbe trovare una valida ragione per continuare ad esistere. Ma parlare di chi reagisce alle innovazioni e definirli reazionari non esaurisce la descrizione della vicenda in atto. Chi si oppone al cambiamento non lo fa solo in nome della difesa di qualche mal concepito sacro principio. Lo fa soprattutto per difendere i propri interessi materiali. I sindacati si oppongono alla flessibilità del lavoro in nome di uno stato assistenziale che può continuare ad assistere i padri solo negando un qualsiasi futuro ai figli. Gli intellettuali, quelli della Rai, della Biennale, degli Istituti di Cultura, si oppongono al pluralismo nel timore che il complesso cultural-burocratico costruito dalla sinistra per assicurare un ammortizzatore sociale ai propri militanti e simpatizzanti possa essere finalmente smantellato. Ma è proprio la reale motivazione della mobilitazione dell’opposizione e delle sue organizzazioni fiancheggiatrici che deve spingere il governo ad andare avanti con decisione lungo la strada della modernizzazione del paese. Dei cinque anni della legislatura il primo è quasi passato. O si accelera il cambiamento o si perde. Per mancanza di tempo. |