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  L'album di famiglia
21 marzo 2002

Non è una strumentalizzazione denunciare come la violenza verbale possa generare la violenza fisica. E sbagliano Ulivo e Rifondazione Comunista quando ammoniscono il governo e la maggioranza a non reagire al ritorno del terrorismo denunciando la deriva estremista che ha colto parte della sinistra nelle ultime settimane. Non si tratta di usare l’assassinio di Marco Biagi per riaprire la frattura tra le confederazioni sindacali, strappare Cisl e Uil al richiamo ancestrale dello sciopero generale, isolare la Cgil e riaprire di colpo il dialogo sulle modifiche all’art.18. E’ normale che il centro destra possa tentare di sfruttare a proprio vantaggio le nuove condizioni politiche create dal terrorismo criminale. Ma oltre ad essere normale è anche del tutto marginale. La questione posta dal tragico ritorno della P 38 è molto più importante di qualsiasi vicenda contingente. Riguarda la posizione di una parte della sinistra italiana rispetto alla democrazia dell’alternanza ed a quel settore del proprio “album di famiglia” che continua a giustificare l’uso politico della violenza.

La sinistra massimalista deve chiarire una volta per tutte se considera automaticamente illegittimo ogni governo che non sia diretta espressione di se stessa. Deve spiegare senza ombra di equivoco se crede che la propria rivincita sul voto del 13 maggio dello scorso anno debba essere presa con il metodo elettorale alla normale scadenza della legislatura o possa passare attraverso qualsiasi scorciatoia di natura traumatica da escogitare prima di quella data. Deve stabilire se spezzare con la massima decisione i rapporti con quel mondo dell’estremismo politico e verbale che costituisce il brodo di coltura delle ultime frange terroristiche o se continuare a coprire con colpevole passività i “compagni che sbagliano” e che potrebbero sbagliare dei centri sociali, dei no-global e di quelle minoranze intellettuali che difendono i propri privilegi predicando l’odio ed il livore. Da questo punto di vista l’assassinio di Marco Biagi può e deve diventare un momento di grande chiarezza per l’opposizione. Come quello di Guido Rossa durante i tragici “anni di piombo”. I veri riformisti debbono rompere con i massimalisti avventuristi. E per farlo non basta scegliere di andare al teatro Quirino piuttosto che al Teatro Eliseo. Bisogna strappare e buttare al macero le pagine più vergognose dell’“album di famiglia”. Una volta per tutte.