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  Il dazio di Cofferati
27 marzo 2002

Il governo non lascia ma raddoppia. Non fugge di fronte alla sfida aperta della Cgil ma, sia pure bacchettando a dovere i ministri autori delle intemperanze, rilancia in pieno la propria linea riformatrice. E lancia a sua volta una sfida a tutte le forze sindacali Quella di non sfuggire ad un confronto che non riguarda il solo art.18 dello Statuto dei Lavoratori ma l’intero processo di cambiamento della società italiana che la maggioranza ha promesso ai propri elettori. Il “raddoppio” di Silvio Berlusconi e del centro destra era praticamente scontato. A meno di seguire il consiglio di Massimo D’Alema e di ritirarsi a vita privata, il presidente del Consiglio non avrebbe potuto far altro che ribadire la propria intenzione di andare avanti con decisione lungo la strada del cambiamento. E lo stesso valeva per le diverse componenti della coalizione. A meno di non puntare ad un nuovo ed impossibile “ribaltone” o alla prospettiva delle elezioni anticipate, i partiti del centro destra non potevano non reagire alla sfida di Sergio Cofferati ritrovando unità e compattezza sulla linea riformista del Premier. 

Il governo, quindi, si è comportato come da manuale. Con la prospettiva di lungo respiro di portare avanti in Parlamento, nella consapevolezza della forza della propria maggioranza, le tante riforme avviate. Certo, dovrà affrontare lo sciopero generale e la conflittualità diffusa che i sindacati e la sinistra tenteranno di accendere nelle piazze e nelle fabbriche. Ma fino a quando potrà contare sui numeri parlamentari e sul consenso della maggioranza del paese non dovrà temere nulla al di fuori della naturale tendenza di alcuni suoi esponenti a complicarsi inutilmente la vita. Per i sindacati, invece, si apre una prospettiva molto più oscura. Il loro obbiettivo di spaventare il centro destra con la marcia sul Circo Massimo e di terrorizzarlo con lo sciopero generale è fallito. Di fatto hanno esaurito i colpi del proprio caricatore. Ed, a meno di puntare ad una riedizione dell’”autunno caldo” che servirebbe soltanto a portare acqua al mulino delle Brigate Rosse, non possono fare altro che ritornare al tavolo del confronto abbandonato troppo precipitosamente. 

Tutto questo, naturalmente, non potrà avvenire subito. Prima si dovranno consumare le tradizionali liturgie a cui le Confederazioni sindacali sono così tenacemente aggrappate da oltre un trentennio. Nei prossimi due mesi ci saranno scioperi ed esibizioni muscolari. Poi, sempre che nel frattempo il governo non compia autogol troppo clamorosi, la strategia sindacale diventerà necessariamente diversa. Il punto di svolta si verificherà alla fine di giugno, con la fine del mandato di segretario della Cgil di Sergio Cofferati, con il suo ingresso ufficiale sulla scena politica della sinistra e con l’avvio della resa dei conti finale all’interno dei Ds tra riformisti e massimalisti. La Cisl, la Uil e la stessa Cgil potranno ricominciare a fare sindacato. Magari con intransigenza ma senza pagare, come è avvenuto fino ad ora, il dazio alla futura carriera politica di Cofferati.