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  Gli inutili rituali
29 marzo 2002

Tornano i vecchi rituali degli anni di piombo. Con i Brigatisti Rossi in carcere che di fronte alla Corte d’Assise di Roma rivendicano l’assassinio di Marco Biagi. E con le forze politiche, i sindacati e qualche magistrato nostalgico dell’emergenzialità che rispondono promovendo fiaccolate e manifestazioni di piazza. Delle rivendicazioni dei brigatisti è inutile parlare. Tranne che per sottolineare l’esistenza di un sottile ma robusto filo rosso che unisce senza soluzioni di continuità il terrorismo degli anni ’70 con quello dei decenni successivi e del più recente assassinio del consulente del ministro del Lavoro. Questo filo è una traccia per gli investigatori ma anche per gli analisti politici. Chi vuole cercare gli assassini di Biagi deve andarli a cercare in quella costola marginale, minoritaria ma purtroppo mai rimossa dell’ultra sinistra sindacale e politica. 

Sergio Cofferati può sdegnarsi fin che vuole per le accuse partite da alcuni ministri di Silvio Berlusconi. Ma se la smettesse per un attimo di pensare solo al suo futuro di nuovo leader della sinistra e tornasse ad essere un dirigente responsabile della Cgil, non potrebbe non ammettere che gli assassini del professore emiliano vanno ricercati negli ambienti più estremisti ed intransigenti della sinistra più ottusa e nostalgica. Ma Cofferati, e tutti gli altri dirigenti della sinistra politica e sociale, non intendono ammettere che i terroristi non sono marziani ma sono talmente idioti da voler essere apocalittici non solo con le parole ma anche con le armi. Al momento sono troppo impegnati a ricostruire l’opposizione per poter fare qualche piccola concessione alla verità. Per cui è molto meglio occuparsi della tendenza delle forze politiche democratiche a rispondere al terrorismo rispolverando la stessa liturgia dei decenni passati. E rivolgere una sommessa preghiera affinché venga risparmiata al paese la ripetizione di un rituale che non è soltanto inutile ed ipocrita ma è anche e soprattutto controproducente. 

Sono più di trent’anni che il riflesso pavloviano della tradizione politica della sinistra impone di rispondere alle aggressioni terroristiche con le manifestazioni di piazza. Una volta queste manifestazioni servivano a rincuorare i manifestanti dando loro la consapevolezza fisica della loro forza numerica, politica e morale. E, di converso, servivano a spaventare ed indebolire i bersagli individuali e collettivi delle manifestazioni. Ma quel tempo è finito da un pezzo. E non c’è bisogno di ricordare il funerale finto di Aldo Moro e tutte le altre iniziative collettive indette negli anni di piombo ed in quelli successivi per rilevare che ormai nessuno si rincuora o si spaventa per dei riti superati dalla storia e dalla tecnologia.

Questo, naturalmente, non significa che i partiti della casa delle Libertà debbano rispondere picche alla proposta del segretario dei Ds Piero Fassino di dare vita ad una manifestazione unitaria contro il terrorismo. Visto che l’esponente diessino crede ancora alle vecchie liturgie non bisogna deluderlo. Purché , naturalmente, l’iniziativa venga preceduta non solo dall’impegno della maggioranza al disarmo delle parole ma anche dalla rinuncia dell’opposizione ai toni truculenti ed apocalittici. Ma è bene che una iniziativa del genere non torni a diventare la regola. Per evitare che dalla comune ritualità si possa tornare alla riedizione del consociativismo e di quella emergenzialità che è stata la madre di tutte le degenerazioni della democrazia repubblicana negli ultimi due decenni. E per impedire la confusione delle responsabilità di fronte al terrorismo delle Brigate Rosse vecchie e nuove. A ciascuno il proprio album di famiglia!