torna alla
home page

ARCHIVIO

2002
marzo
febbraio 
gennaio

2001
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

2000
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

1999
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Dialogo e paralisi
13 marzo 2002

Il governo punta al dialogo con l’opposizione sul conflitto d’interessi e tenta di raggiungere un compromesso con le confederazioni sindacali sull’art.18. Questa linea misurata, prudente ed assolutamente aperta al confronto è la più valida di tutte. Ma ad una sola condizione. Quella che il presidente del Consiglio, il suo esecutivo e le forze politiche della maggioranza siano assolutamente consapevoli che si tratta di una linea del tutto priva di sbocchi. E’ fin troppo evidente, infatti, che nessuna modifica alla legge sul conflitto d’interessi riuscirà a convincere il centro sinistra della necessità di arrivare ad un accordo con la maggioranza. Qualunque concessione il ministro Franco Frattini decidesse di compiere non sarà mai sufficiente a soddisfare le richieste dell’opposizione. Anche nel caso Silvio Berlusconi annunciasse di vendere tutto e di farsi frate, il centro sinistra si direbbe comunque insoddisfatto e lancerebbe il fatidico grido del “più uno” giudicando insufficiente la scelta dell’abito talare e del voto di povertà e pretendendo il suicido del presidente del Consiglio.

E lo stesso vale sull’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Il governo può anche decidere di non toccare neppure di una virgola l’articolo in questione, ma la risposta della Cgil sarà sempre e comunque negativa. Sergio Cofferati non rinuncerà in alcun caso allo sciopero generale. Ed anche in caso di resa totale della maggioranza confermerà l’azione di lotta motivandola con la necessità di combattere un governo che, pur avendoci ripensato, aveva osato ipotizzare una qualche riforma dello Statuto dei Lavoratori. Non si tratta di protervia. Si tratta di strategia. L’opposizione politica e sociale si è convinta che solo cavalcando la tigre della protesta frontale e di piazza contro il governo Berlusconi può sperare di recuperare il proprio esercito di militanti dispersi e traumatizzati dopo la sconfitta elettorale. E in nessun caso farà marcia indietro. 

La certezza che il dialogo non porta a nulla non significa rinunciare all’offerta di confronto. E, soprattutto, non comporta il rifiuto aprioristico di migliorare la legge sul conflitto d’interessi o di evitare posizioni di rottura pregiudiziale ed inutili asprezze polemiche sull’art.18. Tendere la mano all’opposizione e, soprattutto, apportare tutte le possibili modifiche migliorative alla legge in discussione al Senato ed ai progetti di riforma del mercato del lavoro è più di una necessità. E’ un dovere. Ma questo dovere imposto dall’impegno per il buon governo deve essere accompagnato da un altro dovere altrettanto importante. Quello di andare avanti nella attuazione del programma votato dai propri elettori impedendo che la giusta ricerca del dialogo e del confronto si trasformi in paralisi ed in delusione. E serva solo a rendere l’opposizione ancora più agguerrita ed intransigente.