torna alla
home page

ARCHIVIO

2002
marzo
febbraio 
gennaio

2001
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

2000
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

1999
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  L’unità fasulla
20 marzo 2002

La parola che i dirigenti del centro sinistra pronunciano più frequentemente da qualche settimana a questa parte è “unità”. Non c’è un articolo, una dichiarazione, un discorso, un appello, un intervento, una semplice battuta, che non contenga un riferimento esplicito e pressante alla necessità del ritorno all’unità di tutte le forze dell’opposizione per combattere Silvio Berlusconi ed il suo governo di centro destra. Tanta insistenza è fin troppo illuminante. S’invoca l’unità proprio perché mai come in questo momento manca. E, soprattutto, sembra destinata a mancare ancora per lungo tempo. In primo luogo non c’è unità all’interno della coalizione di centro sinistra. Ed, anzi, la scelta dell’Udeur di Clemente Mastella di rifiutare l’annullamento nella Margherita e di contestare la leadership di Francesco Rutelli segna la rottura ufficiale del vecchio schieramento dell’Ulivo. La vicenda non va sottovalutata. La decisione di Mastella di conservare l’autonomia riapre il solito scenario della riaggregazione tra gli ex democristiani interni ed esterni del centro destra. Ed una prospettiva del genere sembra fatta apposta per mutilare di una parte delle componenti centriste lo schieramento di centro sinistra.

Non c’è unità dentro la Margherita dove rutelliani, prodiani e popolari non hanno ancora fatto i conti con il problema fondamentale di chi dovrà assumere la guida effettiva della nuova formazione politica. E non c’è alcun tipo di unità tra Margherita, Ds e le altre forze della maggioranza della passata legislatura, Verdi e Comunisti Italiani. Ognuno pensa per se. Nella convinzione che i giochi per la rifondazione e la ristrutturazione della sinistra sono ancora alle primissime battute. All’assenza di una qualche parvenza di unità dell’Ulivo corrisponde poi la totale e sempre più incolmabile frattura dei Ds. Piero Fassino inutilmente predica la necessità del ricompattamento del partito. Ma Massimo D’Alema e Giuliano Amato procedono sulla loro strada del partito socialdemocratico di modello europeo senza lasciarsi condizionare dalle critiche degli “indignati” della “società civile” e dai nemici interni del “correntone” berlingueriano. Ed i berlingueriani sono sempre più decisi a prendere le distanze dagli odiati riformisti ed a rincorrere il massimalismo di piazza espresso dai gruppi oltranzisti del popolo della sinistra.

Non c’è unità neppure nell’area massimalista che guarda a Sergio Cofferati come leader della protesta sociale e punta a recuperare Fausto Bertinotti come indispensabile alleato in vista delle prossimi amministrative di primavera. Se il segretario della Cgil si limitasse a mobilitare il mondo sindacale non ci sarebbero problemi. Ma il “cinese” punta alla leadership della sinistra. E la sua strategia si scontra fatalmente con quella del segretario di Rifondazione Comunista che non intende cedere ad altri un ruolo che crede di aver legittimamente conquistato sul campo. Non c’è unità neppure tra i girotondisti e gli intellettuali impegnati nella difesa delle proprie poltrone. “Pancho” Pardi non riconosce a Nanni Moretti il diritto a portare le insegne del comando del movimento degli indignati apocalittici. Ed a sua volta il regista è talmente ammalato di narcisismo da considerare il leaderino Pardi neppure degno di spazzolargli le scarpe. Tutto, ovviamente, in nome di una unità che per la sinistra è diventata come il sesso nei Centri Anziani. Ognuno ne parla, nessuno lo pratica.