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  Europa e fondamentalisti
Mercoledì 15 maggio 2002

Si è osservato che, ad eccezione della Grecia paese di religione ortodossa, gli altri paesi europei che hanno accettato di accogliere i palestinesi della Natività sul loro territorio sono di tradizione cattolica. Le nazioni europee di tradizione protestante si sono ben guardate dall’assumere un analogo impegno. E si è osservato che questo tirarsi indietro dei paesi protestanti rischia di riaprire un solco nel Vecchio Continente tra le diverse confessioni del cristianesimo che sembrava colmato ormai da secoli.
Ma l’osservazione, con l’aggiunta scontata della critica buonista al segnale non unitario fornito dall’Unione Europea, non è per nulla esatta. E’ sicuramente vero che nei paesi a tradizione protestante le pressioni del Vaticano e la sua tendenza ad operare con una doppia diplomazia concorrenziale e sostitutiva della diplomazia ufficiale, non hanno avuto lo stesso effetto ottenuto sui paesi cattolici. 

Ma è ancora più vero che i paesi decisi a non offrire ospitalità ai terroristi palestinesi non si sono mossi sulla base di considerazioni religiose ma di semplici convenienze di politica interna. Poteva l’Olanda, scossa dall’assassinio di Pim Fortuyn, accogliere i rappresentanti dell’estremismo islamico alla vigilia delle elezioni politiche generali? Poteva la Danimarca, dove a vincere le elezioni è stato uno schieramento moderato caratterizzato da un programma di impegni contro l’immigrazione indiscriminata, ospitare qualche guerrigliero arabo a dispetto delle indicazioni dell’elettorato? E lo stesso vale per tutti gli altri paesi europei dove una serie di circostanze politiche interne hanno consigliato i vari governi ad evitare come la peste di correre il rischio di fare la fine dell’Italia durante i giorni del caso Ocalan. 

Non a caso lo cattolicissima Francia ha adottato per l’occasione un comportamento “protestante” evitando di far influenzare la campagna elettorale per le legislative di giugno dall’arrivo di qualche terrorista palestinese. Ed il nostro stesso paese, l’Italia che più di ogni altra nazione subisce da sempre il peso condizionante del Vaticano e delle sue molteplici diplomazie parallele, si è guardato bene dal farsi carico dell’intero pacchetto di guerriglieri. Sbagliano, dunque, quanti si lamentano di una presunta scarsa sensibilità protestante e rilevano che la vicenda della Basilica della Natività ha riaperto le antiche ferite religiose dell’Europa. Il loro errore non consiste solo nel dare corpo a fantasmi inesistenti ma, soprattutto, di usare questi fantasmi come una cortina fumogena che nasconde il problema gigantesco e reale di cui la vicenda della Natività è solo una delle tante spie emerse negli ultimi tempi.

Questo problema è la ventata di fondamentalismo islamico che soffia in maniera sempre più forte su tutti i paesi arabi e tende a trasformarsi in una vera e propria crociata religiosa e politica non contro le diverse confessioni cristiane dell’Occidente ma contro le conquiste civili dell’Occidente stesso. I fondamentalisti islamici perseguono il modello teocratico e combattono le democrazie laiche dove la distinzione tra politica e religione in nome dei diritti di libertà degli individui è un traguardo acquisto da secoli. I cattolici più integralisti possono anche pensare che in fondo i fondamentalisti islamici possono essere considerati degli utili compagni di strada nella battaglia contro il consumismo materialista occidentale. Ma si tratta di una tragica illusione. Presto o tardi anche loro saranno chiamati a scegliere. Non tra lo spiritualismo delle religioni monoteiste ed il materialismo della società dei consumi, ma tra la libertà della società aperta e l’oppressione delle società teocratiche. L’Iran del Lenin islamico Komeini insegna!