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  La terza narice di Colombo
Giovedì 30 maggio 2002

Subalterni a chi? Furio Colombo chiude con questo interrogativo l’editoriale de “L’Unità” con cui ha ancora una volta picchiato duro su Silvio Berlusconi mettendolo alla berlina per il ruolo svolto ed il comportamento tenuto in occasione del vertice Nato-Russia di Pratica di Mare. La domanda è rivolta a chi accusa di subalternità chiunque neghi che il vertice abbia rappresentato un successo per il Presidente del Consiglio e sostenga, come ha fatto il direttore del quotidiano dei Ds, che in realtà il Cavaliere ha fatto la solita pessima figura internazionale. Naturalmente si tratta di una domanda retorica, priva di risposta. A chi potrebbe essere mai subalterno un giornalista come Furio Colombo che osa l’inosabile andando contro corrente e spiegando agli italiani che Putin, Bush e gli altri capi di stato convenuti in Italia considerano Berlusconi una specie di macchietta napoletana?

A dispetto della certezza retorica dell’erede di Gramsci e Togliatti alla guida de “L’Unità”, però, una risposta esiste. Furio Colombo non solo è subalterno ma addirittura schiavo della sua ossessione di fare un giornale sempre e comunque antiberlusconiano. L’ex direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York ha scoperto che il livore contro il Cavaliere paga in termini di vendite de “L’Unità”. Il popolo dei militanti di sinistra, quello dei duri e puri, trova conforto al trauma irrisolto della sconfitta elettorale dello scorso anno nella lettura delle raffiche di insulti e contumelie quotidiane contenute in ogni più recondito recesso del giornale diessino. L’antiberlusconismo è la pillola della felicità dei trinariciuti vecchi e giovani. E Colombo è talmente impegnato a produrre giornalmente odio e disprezzo per il Cavaliere che la sua è diventata una vera e propria sindrome ossessiva. Tale schiavitù impone prezzi salati all’ex corrispondente de “La Stampa” dagli Stati Uniti. Misurato, per la verità, Colombo non lo è stato mai.

Ma adesso pare addirittura ossessionato dalla necessità di non deludere un pubblico che non si accontenta più della assoluta demonizzazione giudiziaria del leader del centro destra ma chiede ogni giorno uno schizzo di fango in più da gettare sulla faccia dell’odiato nemico. Il bravo direttore compie ogni sforzo pur di andare incontro alla voglia di sangue ed arena dei suoi lettori. Ma nel terrore di non deludere il popolo che una volta dei campi e delle officine e che ora dei salotti frequentati dagli ex sessantottini invecchiati, alle volte si aggrappa a sciocchezze indegne di uno che è stato per anni il raffinato consulente e collaboratore del mitico Avvocato. L’esempio del vertice di Pratica di Mare è indicativo. Nessuno contesta a Colombo il pieno diritto di far credere che l’incontro sia stato solo di routine e che il risultato sarebbe stato decisamente migliore se al posto del Cavaliere ci fosse stato un ministro degli Esteri “professional” (magari come Ruggiero che lo avrebbe preparato così come fece con il G8 di Genova: trattando con i no-global”). Da chi ha scelto la linea del “piove, governo e Cavaliere ladri” non si può pretendere il contrario. 

Ma è decisamente il colpo che per supportare le proprie ossessive forsennatezze Colombo arrivi a pubblicare un articolo del New York Times pieno dei più vieti pregiudizi antitaliani ancora in circolazione nella Grande Mela e carico della più assoluta ignoranza delle vicende dell’ultimo secolo del nostro paese. John Tagliabue (questo è il nome dell’articolista del quotidiano americano) si porta evidentemente appresso i pregiudizi lasciatigli in eredità dai suoi avi emigranti. E può anche credere all’esistenza di una linea di continuità tra Mussolini e Berlusconi rappresentata dalle quinte delle strutture di Pratica di Mare ispirate al Colosseo quadrato del Palazzo della Civiltà del Lavoro a sua volta ispirato al Colosseo tondo. Ma ciò che può essere concesso a Tagliabue in termini di grossolanità e rozzezza non può essere consentito al Colombo. A meno che non si scopra che a forza di blandire i trinariciuti anche a Colombo è spuntata la terza narice. Quella che serve a smaltire i fumi dell’ossessione amtiberlusconiana.