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  Ma che abbiamo vinto a fare?
Giovedì 20 giugno 2002

Ma che abbiamo vinto a fare? La domanda serpeggia sottile ed insistente negli ambienti intellettuali e culturali della galassia indistinta dell’antisinistra. E’ aleggiata al convegno di Firenze organizzato da Marcello Dell’Utri e risuona in continuazione non solo in quei settori che per anni hanno testardamente difeso i valori della destra più radicale ma anche in quelli che nello stesso periodo e con altrettanta testardaggine hanno tentato di promuovere la cultura di ispirazione liberale, laica e riformista. Che abbiamo vinto a fare? L’interrogativo nasce da una delusione che è personale e politica al tempo stesso. Molti avevano caricato la vittoria elettorale del centro destra dello scorso anno di un significato palingenetico. Che riguardava la propria sorte e quella del paese. Dopo più di cinquant’anni di rigida egemonia della sinistra costoro pensavano che il trionfo della Casa delle Libertà avrebbe determinato una immediata svolta epocale. Alle proprie vite ed a quella della stragrande maggioranza degli italiani.

Era sicuramente una speranza eccessiva e fin troppo ingenua. Immaginare che il cambio di maggioranza, sia pure di portata epocale vista l’enorme durata della supremazia della sinistra sulla società nazionale, avrebbe automaticamente comportato un ricambio immediato e totale di classe dirigente, era una pia illusione frutto di un giacobinismo all’incontrario privo di precedenti nel nostro paese. In fondo l’unificazione avvenne senza fenomeni rilevanti di epurazione nei confronti delle classi dirigenti non piemontesi, il fascismo non finì mai di ripulire i cosiddetti “angolini” e tese ad inquadrare piuttosto che eliminare le classi dirigenti dell’Italia liberale e la democrazia antifascista, passata la fase del regolamento dei conti con il sangue, lasciò ben presto cadere qualsiasi spinta ad una impossibile epurazione. Sbaglia, allora, chi, a distanza di un anno dalla vittoria elettorale del centro destra ed in assenza di un radicale cambiamento personale e politico, si chiede “che abbiamo vinto a fare”. La svolta totale ed immediata era impossibile ed il recupero di gran parte della classe dirigente nata e cresciuta sotto il contro sinistra era assolutamente inevitabile. 

Ma sbaglia anche chi , dando per scontata l’inevitabilità del “continuiamo” sottovaluta il potenziale dirompente dell’interrogativo e crede che in fondo il vero cambiamento sia proprio quello di lasciare tutto come prima limitando i segnali di innovazione alla sola capacità di comunicazione mediatica di Silvio Berlusconi. Gli intellettuali della galassia dell’antisinistra, in particolare quelli della destra radicale e della cultura laica non confondibile con il neoaziendalismo dei convertiti dell’ultima ora, debbono convincersi una buona volta che la vittoria elettorale dello scorso anno non è un punto di arrivo ma solo un punto di partenza. Troppo tempo dovrà ancora passare prima di assistere ad un effettivo ricambio delle classi dirigenti negli enti pubblici, nelle istituzioni culturali, nelle strutture burocratiche, alla Rai, all’Iri, all’Eni ed in tutti quegli altri organismi da dove si incide concretamente sulla vita dei cittadini. La lunga marcia è appena iniziata e chi è sopravvissuto al centro sinistra si prepari a sopravvivere anche ad un centro destra appesantito, come capita sempre quando si vince, dagli opportunisti, dai riciclati e dagli imbroglioni. 

Ma chi guida la Cdl deve essere anche consapevole che l’interrogativo sul “che abbiamo vinto a fare” non nasce solo dalla delusione personale di qualche intellettuale in cerca di soddisfazione dopo anni di ghettizzazione. E’ un sentimento che, come il famoso venticello, incomincia a diffondersi a macchia d’olio anche tra la grande massa degli elettori della Casa delle Libertà. Costoro hanno bisogno di segnali tangibili ed evidenti che il loro voto è servito ad avviare un qualche processo di innovazione e di cambiamento. In assenza di segnali del genere il venticello è destinato a crescere, ad espandersi, a gonfiarsi ed, infine, ad esplodere come un colpo di cannone. Con tutte le normali conseguenze del caso. Questi segnali non riguardano solo la politica e l’attività di governo. Nella società dell’immagine riguardano anche e soprattutto il mondo dei media. Ma che abbiamo vinto a fare se poi tutto rimane come prima nei grandi strumenti di comunicazione di massa?