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  La scissione annunciata
Giovedì 11 luglio 2002

Tutti negano, tutti smentiscono, tutti escludono. Come se l’ipotesi di una scissione dei Ds a causa delle forzature ed alle pressioni massimaliste di Sergio Cofferati fosse una fanfaluca buona solo ad attizzare le languenti chiacchiere che si consumano sotto gli ombrelloni di Capalbio. Inoltre il segretario della Cgil e i massimi vertici diessini buttano acqua sul fuoco a dimostrazione che la notizia è la solita baggianata della stampa incompetente ed irresponsabile. Invece, a dispetto delle smentite, delle ironie, dei sorrisi rassicuranti e delle dichiarazioni accortamente levigate e prive di qualsiasi asperità dialettica, l’eventualità di una spaccatura della Quercia non solo non è una circostanza peregrina ma appare sempre di più come la sorte inevitabile ed annunciata che attende il partito erede della tradizione comunista italiana.

La ragione principale è che la convivenza tra riformismo e massimalismo può essere realizzabile quando la sinistra è al governo, con i pessimi risultati già sperimentati nel passato più recente. Ma non ha alcuna possibilità di esistere quando la sinistra passa all’opposizione. La ragione secondaria, ma non per questo meno decisiva, è che nel paese dove ha vissuto il maggior partito comunista dell’occidente la tradizione massimalista è talmente radicata che chi se ne assume l’eredità si vota a restare eternamente all’opposizione ma si garantisce uno spazio politico ampio ed eterno. Buono non solo a garantire una solida prospettiva personale ma anche ad assicurare una forte rendita posizione in termini di condizionamento della vita pubblica nazionale.

Posta in questi termini, quindi, la questione della eventuale scissione dei Ds cambia aspetto. Non è più un problema legato alla supremazia dei riformisti o degli estremisti nel maggior partito d’opposizione e nel suo sindacato di riferimento. Diventa una questione di scelta per il futuro e di divisione irreversibile ed inconciliabile tra due diverse sinistre. Quella che crede nell’alternanza democratica e conta di poter tornare presto o tardi a governare il Paese. E l’altra che esclude l’eventualità di un ritorno al governo alla fine dell’attuale legislatura e, nella certezza di essere destinata ad una eterna opposizione, intende blindare la propria rendita di posizione almeno per i prossimi dieci anni.

Gli ottimisti ed i pessimisti non possono rimanere insieme. Sono obbligati a separarsi. La storia del Pci e del Psi dell’immediato dopoguerra insegna. Anche perché chi si pone come obiettivo il ritorno nell’area del governo potrebbe nel lungo periodo prendere in considerazione anche l’ipotesi di una collaborazione con le forze democratiche e moderate del centro destra. E, viceversa, chi punta a blindare la rendita di posizione dell’opposizione è obbligato a trasformarsi nel punto di coagulo di tutti gli estremisti e gli antagonisti non solo dell’area parlamentare ma anche di quella extraparlamentare. Ed a quando la inevitabile rottura? Semplice, con l’autunno. Che sarà caldo. Ma soprattutto per il referendum destinato a provocare la scissione dei Ds e della sinistra italiana.