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  Il pluralismo degli ircocervi
Giovedì 18 luglio 2002

E’ più che lodevole il proposito del Presidente della Rai Antonio Baldassarre di realizzare una grande riforma in senso pluralista del servizio pubblico radiotelevisivo che serva anche a riscrivere per immagini una storia del paese finalmente non di parte. Non a caso il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha colto la palla al balzo per insistere sulla necessità di inoculare dosi sempre più massicce di libertà e pluralismo nel sistema informativo italiano. A dimostrazione che il problema dell’informazione di parte e della conseguente storia bugiarda esiste e va affrontato e risolto. Naturalmente è poi altrettanto comprensibile che di fronte a tale annuncio la sinistra si affretti a levare gli scudi, a minacciare guerra ad oltranza all’interno ed all’esterno del servizio pubblico ed ha chiedere le immediate dimissioni di Baldassarre. Chi ha occupato ed egemonizzato per anni l’azienda radiotelevisiva pubblica utilizzandola come moderna “fabbrica del consenso” al servizio della propria parte politica e culturale di riferimento non può non ribellarsi di fronte alla prospettiva di perdere i privilegi fin qui goduti. 

Il problema che merita di essere sollevato, però, non è questo. Diamo per scontato che Baldassarre tenterà di riformare la Rai all’insegna del pluralismo e che nel farlo si scontrerà contro tali e tante resistenze interne ed esterne da costringerlo, come è accadute nelle settimane scorse, a trovare un qualche compromesso con i suoi avversari. E diamo altrettanto per scontato che presto o tardi quel gigantesco ammortizzatore sociale ad uso esclusivo degli intellettuali di sinistra che è stata la Rai negli ultimi trent’anni incominci ad essere una sana e corretta azienda d’informazione al servizio di tutti i cittadini senza distinzione di militanza o simpatia politica. Il problema da sollevare, sulla scorta dei numerosi convegni che si sono svolti negli ultimi tempi ed hanno visto la partecipazione di intellettuali di area del centro destra, è di capire con quali risorse umane e culturali la riforma pluralista del servizio pubblico potrà mai essere realizzata. Saranno gli uomini della destra a riequilibrare in senso pluralista la Rai da sempre occupata ed egemonizzata dalla sinistra? 

Di fronte a questo interrogativo tutti gli interessati si affettano a spiegare che non ci sarà né una occupazione, né una egemonia di segno contrario, né un riciclaggio dei voltagabbana. Gli unici criteri che verranno adottati per riformare il servizio pubblico saranno quelli del merito e dell’apertura alla diversità delle culture. Ma chi giudicherà i meriti? E con quale sistema verranno assicurati gli spazi alle diversità? Le questioni meriterebbero un approfondimento che, purtroppo, fino ad ora manca. Non lo fanno i vecchi egemonizzatori di sinistra, che si preoccupano esclusivamente di trincerarsi a difesa strenua dei propri privilegi. E non lo fanno parecchi intellettuali del centro destra che dai lungi decenni in cui hanno dovuto subire lo strapotere degli avversari sembrano essere usciti in preda ad una singolare sindrome di Stoccolma. Quella che li spinge inesorabilmente non tanto ad imitare i loro presunti persecutori quanto a riconoscerne inconsapevolmente una inesistente superiorità intellettuale, cultura e morale. 

L’assurdo è che le vittime dell’egemonia si ribellano a parole in nome della libertà e del pluralismo ma nei fatti tendono a riproporre schemi, meccanismi, idee e tradizioni dei loro avversari. Un esempio valga per tutti. Quello di Giorgio Albertazzi, attore grandissimo che però ha talmente introiettato la sconfitta della propria gioventù da promuovere la figura di un intellettuale ircocervo che si professa di destra ma solo in base ad idee rigorosamente di sinistra. Albertazzi, che ha combattuto per Mussolini, dice di amare Gramsci ed i no-global. E non si rende conto che in questo modo invece del pluralismo e della diversità delle idee si perpetua l’assioma su cui i post-marxisti hanno fondato la propria egemonia. Quello secondo cui la sinistra o è di sinistra o non è cultura. Ben venga, allora, la rivoluzione pluralista. Ma a condizione che a realizzarla non siano quelli colpiti dalla sindrome di Stoccolma che oscillano tra il piangersi addosso per le umiliazioni subite e per i posti perduti e lo scimmiottamento degli avversari. Anche perché c’è chi a Gramsci preferisce Popper. E non soffre di alcun complesso d’inferiorità.