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  Carte in tavola
Venerdì 6 settembre 2002

Sarà interessante sapere dove saranno e cosa faranno l’11 settembre i rappresentanti dei cento movimenti girotondisti che mercoledì scorso si sono ritrovati nella sede della Fnsi per annunciare la manifestazione antigovernativa del 14 settembre. Sarà interessante ed istruttivo conoscere come passeranno la giornata il regista Nanni Moretti, il direttore di Micromega Paolo Flores D’Arcais, il giornalista Federico Orlando, il direttore dell’“Unità” Furio Colombo, l’aspirante leader postsessantottino Pancho Pardi ed il professionista della filantropia Gino Strada. Spenderanno una parola di dolore e di cordoglio per l’anniversario della uccisine di centinaia di innocenti da parte dei fondamentalisti islamici di Bin Laden? Oppure, come qualcuno di loro ha fatto sapere, si chiuderanno in casa e staccheranno i telefoni per non dover esprimere in pubblico un cordoglio che non sentono ed una condanna e che non intendono assolutamente pronunciare?

Il quesito riguarda gli esponenti dei movimenti cosiddetti spontanei dell’ultra sinistra e non i dirigenti ufficiali della sinistra tradizionale per una doppia ragione. La prima è perché i politici alla Massimo D’Alema ed alla Sergio Cofferati sono troppo professionisti. Sanno che in occasioni del genere una breve commemorazione ed un segno della croce non si negano a nessuno. Al contrario, i rappresentanti della presunta società civile antiberlusconiana dovrebbero esprimere i propri sentimenti in proposito in maniera più genuina. E non dovrebbero avere problemi a tirar fuori le loro personali convinzioni sulla sfida islamica agli Stati Uniti. La seconda è che alla vigilia di un ennesimo appello alla piazza in nome della lotta ad oltranza al governo di centro destra, non è affatto indifferente sapere come la pensano i promotori della protesta. Non tanto su Bin Laden o sull’islamismo fondamentalista, quanto sulla democrazia laica e liberale e sulla necessità di difenderla dalle aggressioni dei fideisti autoritari di ogni genere e tipo. Chi chiama i cittadini a raccolta e pretende di guidarli in crociate politico-moralistiche non può nascondere le proprie convinzioni sull’interrogativo di fondo che grava in questo momento sull’intero pianeta. Deve giocare a carte scoperte. 

E dire senza ipocrisie di sorta da quale parte intende collocarsi. Se da quella della democrazia o da quella dell’autoritarismo. All’interno di queste due categorie si possono poi fare tutti i distinguo che si vogliono. Ma la scelta primaria deve essere chiara e netta. Senza retropensieri, sotterfugi, zone d’ombra. Per questo l’anniversario dell’11 settembre deve essere considerato come una perfetta cartina di tornasole delle effettive convinzioni democratiche dei dirigenti girotondisti. Non basta essere un regista cinematografico di successo per avere la patente di democratico convinto. E non è sufficiente nemmeno guidare organizzazioni umanitarie che si preoccupano dei bambini e degli ammalati del Terzo Mondo per essere considerato un nemico della violenza autoritaria ed un fautore dei diritti di libertà. Girare un film di cassetta o costruire un ospedale a Kabul è sicuramente un buon titolo: Ma non basta ad ottenere la fiducia di chi crede nella libertà e nella democrazia. Soprattutto se poi si scopre che chi fa l’intellettuale e chi fa San Francesco si dispiace se i morti delle Due Torri sono stati meno di tremila.