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  Il caso D'Alema
5 ottobre 2002

Massimo D’Alema sostiene che dopo la lacerazione dell’Ulivo sul voto per la missione degli alpini in Afghanistan è arrivato il momento per un chiarimento profondo e definitivo all’interno dei Ds. Ma si guarda bene dall’indicare quale debba essere il tema di fondo su cui realizzare questo chiarimento. Anzi, impiega una lunghissima intervista a “Repubblica” per evitare accuratamente di prendere una qualsiasi posizione sulle mille questioni che dovrebbero essere all’ordine del giorno del chiarimento. Il suo comportamento è assolutamente comprensibile. Credeva di aver riconquistato il partito con il congresso di Pesaro ed ha scoperto di averlo successivamente perso a causa delle spinte di piazza della Cgil e dei girotondi. 

Era convinto di poter fare un sol boccone di Francesco Rutelli riprendendosi il ruolo di leader dell’opposizione che considera suo per una sorta di investitura divina ed ha toccato con mano che l’impresa è molto più complicata del previsto. Contava di doversela vedere con qualche avversario di modesta tacca proveniente dalle fine della sinistra diessina, dall’ala prodiana o dai rimasugli popolari ed, al contrario, si ritrova di fronte Sergio Cofferati, tutti i palloni gonfiati da un sistema mediatico più a sinistra dell’ultra sinistra e l’ombra di Romano Prodi. Le sue prudenze ed i suoi timori, quindi, sono più che giustificati. Ma un leader è tale se nei momenti di difficoltà e di incertezza riesce a trovare la forza necessaria per superare le paure e scegliere per se stesso e per la propria gente la strada da percorrere. 

E se D’Alema vuole dimostrare di essere un leader il chiarimento lo deve fare in primo luogo all’interno della propria coscienza. Quale scelta auspica per la sinistra italiana? Quella riformista alla Blair o quella massimalista alla Cofferati ed alla Gino Strada? Quella occidentale o quella terzomondista? Quella laica o quella confessional-fondamentalista? Fino ad ora l’ex Presidente del Consiglio ha giocato con la solita e scontata doppiezza togliattiana. Ma il tempo dei giochi è finito. O da una parte o dall’altra. Anche a costo di mandare all’aria l’unità di un partito che peraltro non esiste più ormai da tempo immemorabile. Se vuole sul serio guidare la sinistra italiana sulla strada del riformismo esca allo scoperto con coraggio e con senso di responsabilità nei confronti del paese. In caso contrario si ritiri sulla barca: Che è meglio!