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Abbiamo già dato 10 ottobre 2002 Avrà pure ragione Umberto Agnelli quando definisce “triste ma necessario” il piano preparato dai dirigenti della Fiat. Ma prima di correre ai ripari con il solito meccanismo della cassa integrazione e dei sostegni all’azienda di Corso Marconi, è bene che il governo chiarisca bene a chi tocca la tristezza ed a chi riguarda la necessità. Se provvedimenti governativi dovranno esserci, quindi, non dovranno avere come priorità quella di sistemare i conti aziendale ma quella di assicurare un futuro lavorativo a chi si trova senza alcuna certezza e prospettiva non per colpa propria ma per errori altrui. Questo significa che il governo si deve necessariamente fare carico del problema sociale posto dalla crisi della Fiat. Ma deve trovare delle soluzioni che vadano più nella direzione di creare nuove e più certe occasioni di lavoro alle vittime del tracollo della casa automobilistica che nella direzione di risistemare i conti disastrati di una impresa condannata comunque ad una marginalizzazione sui mercati. Come dire che investire in nuovi posto di lavoro è sacrosanto ma gettare risorse nella fornace incandescente del tracollo della Fiat sarebbe da incoscienti. La stessa valutazione vale per la “necessità” delle misure che dovranno essere prese. E’ necessario tenere sotto controllo il problema sociale che viene aperto dal piano di ristrutturazione messo a punto dai dirigenti della Fiat. E questo controllo va effettuato offrendo prospettive serie ai lavoratori. Ma non è affatto “necessario” risolvere i guai dei dirigenti della Fiat per consentire loro di ripulire i conti dell’azienda alo scopo di venderla nelle condizioni migliori alla General Motors. Questo non è un problema sociale. E’ una questione privata della famiglia Agnelli che ha tutte le ragioni di uscire dal settore automobilistico non più redditizio ma non può pretendere che i costi della operazione siano a carico delle casse dello stato. Gli italiani hanno già dato. |