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La non autocritica di Fini 12 ottobre 2002 Gianfranco Fini si è affrettato a tamponare la frana inavvertitamente provocata dal capo gruppo di An alla Camera Ignazio La Russa. Il leader di Alleanza Nazionale ha precisato che le affermazioni del rappresentanti dei parlamentari di An su Mani Pulite non voleva costituire una offesa per gli esponenti politici di tradizione democristiana. Ha rilanciato la proposta di una commissione d’inchiesta su Tangentopoli. Ed per ricucire fino in fondo lo strappo operato da La Russa ha ricostruito fedelmente la cronaca dell’atteggiamento del suo partito nei confronti di Mani Pulite. Inizialmente l’allora Msi salutò con soddisfazione l’azione anticorruzione della magistratura. Successivamente An prese atto che i magistrati politicizzati colpivano in una sola direzione e modificò radicalmente il proprio giudizio. E’ probabile ed è auspicabile che il chiarimento di Fini riesca a circoscrivere il caso disinnescando la carica esplosiva stolidamente predisposta da un La Russa abissalmente lontano dal livello di Pinuccio Tatarella. Ma se invece di fare appello alla carità di patria della Casa delle Libertà si facesse riferimento alla semplice logica, bisognerebbe concludere che il leader di An ha addirittura moltiplicato la carica esplosiva piazzata dal suo capo gruppo alla Camera. Bene le scuse ed anche meglio il rilancio della proposta di una Commissione d’Inchiesta su Tangentopoli. Ma la scelta di Fini di spiegare che An mutò atteggiamento nei confronti del Pool di Milano solo dopo aver visto che i magistrati operavano a senso unico indica con estrema chiarezza qual è la sua interpretazione del fenomeno della rivoluzione giudiziaria degli anni ’90. E questa interpretazione per un verso rappresenta la faccia speculare del giudizio dei giustizialisti su Mani Pulite, per l’altro si scontra in maniera frontale con quella degli esponenti dei partiti democratici. La lettura di Fini, infatti, è tutta politica. L’Msi sostenne Mani Pulite quando era all’opposizione e quando la magistratura colpiva la maggioranza di allora, e cioè le forze politiche tradizionalmente avversarie dell’estrema destra. A sua volta An, diventata forza potenzialmente di maggioranza dopo il passaggio dal proporzionale al maggioritario in qualità di elemento determinante dello schieramento di centro destra, si schierò contro i magistrati politicizzati che favorivano la sinistra e puntavano a liquidare il fronte moderato non sul terreno politico ma su quello giudiziario. La logica , sia pure in termini opposti, è quella dell’utilitarismo politico. Ed è la stessa, sia pure in termini alternativi, di quella seguita dai Ds. Ma il giudizio sulla rivoluzione giudiziaria degli anni ’90 non può essere solo dettato dalle necessità politiche particolari. Deve discendere da una concezione della democrazia che non può in alcun caso, neppure in nome di una supposta eticità, prevedere il ricambio totale della classe dirigente non con il metodo delle libere elezioni ma con quello delle forzature giudiziarie o dei colpi di stato legali. Certo, è stato utile e comodo per l’estrema destra così come per l’estrema sinistra registrare che Mani Pulite aveva svolto quel lavoro di liquidazione degli avversari che in cinquant’anni era stato impossibile compiere. Ma questo non c’entra affatto con la democrazia e con lo stato di diritto. E Fini, che non è La Russa, dovrebbe averlo ben presente. Se vuole chiudere la transizione alla democrazia del proprio partito non deve limitarsi a chiedere perdono al popolo ebraico per le legge antisemite del regime. Deve prepararsi a fare autocritica anche sulla prima fase di Mani Pulite. Non per riabilitare i corrotti ma per dimostrare di preferire la democrazia ai colpi di stato legali ed alle rivoluzioni più o meno violente. |