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Morire dc malgrado Berlusconi 15 ottobre 2002 E’ dovuto intervenire Silvio Berlusconi per ricucire la frattura verificatasi all’interno della maggioranza tra An e Lega da una parte e Udc dall’altra dopo la polemica inutilmente e maldestramente scatenata da Ignazio La Russa. Non è la prima volta che il leader della Casa delle Libertà deve intervenire per sedare le baruffe interne della coalizioni. E, soprattutto, non solo non è l’ultima ma deve essere considerata come la prima di una nuova e più lunga serie. Fino ad ora gli scontri erano quelli fisiologici all’interno di uno schieramento di maggioranza ampio, articolato e formato da forze di ispirazione e di provenienza molto diversa. I pretesti che davano fuoco alle polveri potevano essere diversi ma al centro della partita c’era sempre un braccio di ferro sulle quote di potere all’interno del governo. Ma a questa fase provocata dalla naturale concorrenzialità di forze politiche impegnate nella normale lotta per un posto al sole e per l’egemonia, è di fatto subentrata una seconda fase molto più turbinosa. Quella in cui l’avvio con largo anticipo delle grandi manovre in vista delle elezioni amministrative della prossima primavera e delle europee del 2004, s’intreccia con un fenomeno che suscita grande allarme tra i dirigenti della Lega e di An e forti irritazioni al vertice di Forza Italia: Quello del progressivo ricompattamento di un’area post-democristiana che viene realizzato non tanto con l’aggregazione degli spessori ex Dc provenienti dal vecchio centro sinistra, quanto con il richiamo a quei settori del vecchio gruppo dirigente e dell’elettorato democristiano che erano confluiti negli altri partiti del centro destra e che adesso tendono progressivamente a cedere al richiamo della “casa madre”. Lega e An, in altri termini, soffrono la concorrenza crescente della “balenottera bianca” che punta a recuperare ciò che era della vecchia e defunta “balena”. E la loro sofferenza cresce in misura direttamente proporzionale alle notizie dei sondaggi che danno i diagrammi elettorali dei due partiti non in ascesa ma in calo. La questione, fino a questo momento, non ha interessato granché il terzo e più grande partiti della coalizione, cioè Forza Italia. Convinti a ragione che i voti del centro destra sono tutti voti di Silvio Berlusconi, i dirigenti forzisti hanno bellamente ignorato le manovre dei post-democristiani nella convinzione di poster godere sempre e comunque della rendita di posizione assicurata dal Cavaliere. Ma da qualche tempo a questa parte qualche campanello d’allarme è cominciato a suonare anche al vertice di Forza Italia. Non solo perché l’area cattolica tende ad acquisire margini di autonomia sempre più ampi a livello parlamentare. Non solo perché, da buoni professionisti della politica, gli ex democristiani hanno immediatamente utilizzato l’autonomia per allargare li loro spazi d’influenza all’intermo dei principali snodi di potere del paese (alla Rai nulla avviene senza il beneplacito del consigliere Staderini). Ma soprattutto perché, i post-democristiani del centro destra stanno intelligentemente riempiendo il vuoto di iniziativa politica provocato dall’inerzia e dalla incapacità dei gruppi dirigenti locali di Forza Italia: Ed in questo modo tendono a trasformarsi in ogni regione in un interlocutore sempre più unico ed indispensabile per quelle fasce sociali che votano per il Premier ma non hanno alcuna stima e fiducia nella classe dirigente forzista locale ottusamente preoccupata solo di curare i propri interessi personali. In queste condizioni è fin troppo facile prevedere che gli incidenti e le incomprensioni all’interno della maggioranza siano destinati a moltiplicarsi senza sosta. A meno che non scenda in campo direttamente Silvio Berlusconi: Non solo per ricucire gli strappi con la forza della sua autorità. Ma soprattutto per riattivare il quel di comunicazione tra Forza Italia e la società nazionale che è stato interrotto a livello locale dall’insipienza dei potentati e dei ras regionali forzisti ed ha aperto il rubinetto della nostalgia democristiana. In caso contrario voteremo ancora per il Premier ma saremo inevitabilmente condannati a morire democristiani. |