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  La metamorfosi della Cgil
19 ottobre 2002

Cui prodest? A chi è servito lo sciopero generale della Cgil che secondo i dirigenti del “sindacato rosso” ha portato milioni di italiani in piazza e che secondo i dirigenti delle altre confederazioni sindacali non ha lasciato traccia di alcun genere ? La risposta più immediata e sicura è che non è servita ai lavoratori. Questi ultimi hanno perso una giornata di stipendio e ne hanno ricavato un bel nulla. Non c’era una rivendicazione contrattuale da sostenere. Non c’era un obbiettivo concreto da conquistare. La solita ed ormai consunta liturgia dei raduni con pullman e cestini pagati dall’organizzazione non era diretta a conseguire un qualche risultato sindacale. Semmai era rivolta contro gli altri sindacati colpevoli di aver stipulato un patto con il governo. Ed era diretta a mettere i lavoratori contro altri lavoratori in nome di una opposizione sociale destinata ad assumere fatalmente un semplice significato di tutt’altro genere. Quello della trasformazione della ragione sociale della Cgil da sindacale a politica per fare della confederazione di corso d’Italia l’asse portante dello schieramento di opposizione al governo di centro destra.

A che è servito, allora , lo sciopero generale di cui il segretario della Uil Angeletti dice di non essersi accorto? La risposta è semplice. E’ servito chiudere la metamorfosi della Cgil da organismo sindacale ad organismo politico ed a gettare sul tavolo del dibattito interno ai Ds il peso di una componente che a differenza delle varie correnti e dello stesso partito conta su un radicamento sociale reale e su forti entrate finanziarie. Nessuno, naturalmente, ha spiegato agli iscritti scesi in piazza a protestare, non si sa bene verso chi, che il loro impegno serve a mettere in difficoltà Piero Fassino, Massimo D’Alema e la maggioranza di Pesaro rispetto al “correntone”, alla sinistra di Salvi e ed ai movimenti girotondini. Guglielmo Epifani ha sostenuto che lo sciopero è contro il governo , il Patto per l’Italia delle altre confederazioni e per una sollecita soluzione della crisi della Fiat. Ma si è trattato di una scontata bugia. 

La realtà è che il nuovo segretario della Cgil si è trovato sul groppone l’eredità rappresentata dalla mutata strategia del sindacato lasciatagli dalla segreteria Cofferati. E non vuole o non è in grado di cambiare una linea che nel breve periodo si può anche confondere con la gravi questioni poste sul tappeto dalla crisi economica ma nel lungo porta inevitabilmente allo snaturamento della Cgil. Questa trasformazione non può rimanere senza conseguenze. Così diventa sacrosanta la battaglia avviata dai radicali contro il rinnovo automatico delle iscrizioni alla Cgil. Pagare per la difesa del proprio posto di lavoro va bene. Ma perché pagare per dare a Cofferati un futuro politico sulla pelle dei lavoratori? E poi, se il sindacato si trasforma in corrente di partito, come continuare ad accettare gli automatismi di iscrizione annuale contrari a qualsiasi regola di tipo democratico?