torna alla
home page

ARCHIVIO

2002
marzo
febbraio 
gennaio

2001
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

2000
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

1999
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  In difesa di Cesare Previti
22 ottobre 2002

Pur considerandomi un amico di Cesare Previti non ho esitato a criticare alcuni dei
comportamenti tenuti dal parlamentare di Forza Italia nel corso delle tempestose udienze del processo di Milano. Sono convinto che l’amicizia non si debba necessariamente manifestare con una passività muta ed ottusa. L’amicizia senza la franchezza è solo servilismo. E nel mio codice genetico c’è sicuramente un eccesso di cortesia ma non la tendenza all’inginocchiamento. Ciò precisato va anche messo bene in chiaro che di fronte alla condanna per Cesare Previti richiesta del Pm di Milano Ilda Boccassini, non si può fare a meno di cancellare ogni distinguo o critica del passato per manifestare la piena ed assoluta solidarietà all’esponente di Forza Italia . 

La ragione non è solo che sul piano umano appare doveroso schierarsi dalla parte di chi per sette anni di seguito è stato accusato di ogni nefandezza salvo scoprire nell’aula del processo di essere accusato solo di ambiguità nei movimenti bancari. E neppure che da un punto di vista politico si deve obbligatoriamente reagire di fronte all’ultimo e più pesante atto dell’offensiva lanciata dalla Procura di Milano per liquidare con strumenti giudiziari Silvio Berlusconi e tornare a destabilizzare il paese. La ragione più forte di tutte è che l’esorbitante richiesta di condanna per Cesare Previti rappresenta l’ultimo e più clamoroso esempio della giustizia spettacolarizzata. Quella giustizia che venendo totalmente piegata alle esigenze dei media diventa inevitabilmente il trionfo della più assoluta ed inqualificabile ingiustizia.

Di fronte ad una ragione del genere non c’è neppure bisogno di entrar nel merito delle indicazioni processuali che hanno dimostrato come a Previti non sia stata mossa alcuna contestazione specifica sulla presunta corruzione dei giudici romani. E non va neppure sollevata la pur importante questione dell’uso politico della giustizia in funzione antiberlusconiana. Il punto su cui i primi a dover riflettere dovrebbero essere i magistrati ed il Consiglio Superiore della Magistratura è che la giustizia eccessivamente piegata alle esigenze mediatiche non è più giustizia ma è solo spettacolo. E se la giustizia si trasforma in spettacolo, con richieste di condanna esorbitanti per fare il massimo rumore e con i tempi processuali accortamente misurati sui tempi dei giornali e delle Tv, nessun cittadino può più avere un briciolo di fiducia nella giustizia stessa ed in chi l’amministra. 

Troppi magistrati hanno mal digerito la novità rappresentata dalla società dell’immagine e della comunicazione. Si comportano come se fossero Gianni Morandi che per alzare l’audience della propria trasmissione decide di mettersi in mutande. Ed aprono e portano avanti inchieste come se dovessero fare la danza dei sette veli per alzare il livello d’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Ma Morandi in mutande si accontenta di inchiodare alla sedia il telespettatore . Il magistrato che metaforicamente lo imita rischia di inchiodare in qualche cella chi gli capita sotto. I cittadini conoscono perfettamente la differenza: per questo diffidano sempre di più di una giustizia che non fa differenze di sorta. A telecamere accese.