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Basta con i dilettanti 22 novembre 2002 Facciamola finita con la barzelletta ripetuta in questi giorni dai dirigenti del centrosinistra sulla necessità di procedere a nomine “super partes” alla Rai. Nel nostro paese di questi personaggi al di sopra delle parti, come in ogni altro paese dove esiste il sistema democratico ed il diritto dei cittadini di pensarla come vogliono, non ne esiste neppure mezzo. Quando la sinistra avanza richieste del genere vuol dire che, non potendo occupare come è abituata a fare quando si trova al governo, punta a realizzare la soluta lottizzazione surrettizia di quanto è collocata all’opposizione. Di fronte alla richiesta pressante ed alle proteste per le nomine fatte da due consiglieri di amministrazione su cinque del Cda Rai, quindi, si deve reagire solo con una buona dose di risate. A dimostrazione che, sia pure con molto ritardo, anche il centrodestra ha imparato le tecniche e le tattiche dell’opposizione. E non si lascia infinocchiare da chi ha trasformato l’azienda radiotelevisiva pubblica in una ‘propria’ proprietà privata e non si rassegna a dover rinunciare ad una parte del gigantesco potere accumulato nel corso degli ultimi venti anni. Fatta la risata i dirigenti della Casa delle libertà non possono però pensare di aver liquidato la questione del servizio radiotelevisivo pubblico nel nostro paese. Hanno semplicemente rintuzzato il tentativo del centrosinistra di prendere la maggioranza per i fondelli. Ma la questione del servizio pubblico rimane aperta ed intatta. E nessuno può seriamente pensare di poterla risolvere né con un Consiglio di Amministrazione dimezzato, né con la formazione di un nuovo Consiglio di Amministrazione che ancora privo, come quello guidato da Baldassarre, di una indicazione precisa su come debba essere gestito il servizio pubblico. Il centrodestra, in altri termini, non può continuare a puntare sulle smarronate dell’opposizione per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica la sua presenza in una Rai considerata per anni territorio riservato della sinistra. Deve fissare il principio ispiratore della sua gestione del servizio pubblico. E muoversi di conseguenza senza timori o titubanze di sorta. Fino ad ora il Cda guidato da Baldassarre ed ispirato da Saccà non ha fissato alcun principio. Ha oscillato tra la semplice applicazione del “guai ai vinti” e l’idea che il monoculturalismo passato potesse essere sostituito o dal nulla alla Max e Tux o da qualche imitazione, necessariamente non all’altezza dell’originale, del settarismo della Rai ulivista. Il risultato è che Santoro e Biagi sono diventati dei martiri garantendosi il diritto a rimanere nell’azienda pubblica fine alla fine dei loro giorni e che il nulla ha prodotto, logicamente, lo zero assoluto. Di qui la necessità di compiere un piccolo sforzo di elaborazione e di incominciare a concepire un futuro per la Rai che non sia solo quello della semplice perpetuazione passiva e stanca della seconda faccia del duopolio televisivo. Si vuole puntare alla privatizzazione? Benissimo. Si fissi questo traguardo e si dia mandato al Consiglio di Amministrazione di procedere sulla strada dello smantellamento del servizio pubblico. Ma se non si vuole seguire questa strada e si decide di conservare in qualche modo l’azienda radiotelevisiva pubblica, allora non c’è altra strada che fissare il principio del pluralismo nel sistema bipolare dell’alternanza democratica, e seguirlo fino alla sue più normali e logiche conseguenze. Naturalmente nella precisa distinzione tra una maggioranza certa ed una opposizione altrettanto certa. E, soprattutto, con gli uomini adatti e non con i dilettanti allo sbaraglio. |