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La partita d’andata della Rai 28 novembre 2002 Antonio Baldassarre può essere simpatico o meno. E lo stesso vale per il consigliere d’amministrazione della Rai rimasto, Ettore Albertoni. Dei due si può anche dire tutto il bene e il male possibile. Dipende dai punti di vista. E quello de “L’opinione” nei loro confronti non è sicuramente stato dei più favorevoli negli ultimi tempi. L’ex presidente emerito della Corte costituzionale avrebbe potuto affrontare con maggiore accortezza la gestione di una azienda complessa ed anomala come è la Rai. E lo stesso vale per il consigliere di area leghista, sicuramente abile e capace ma altrettanto sicuramente poco esperto delle sabbie mobili sedimentatesi nel corso dei decenni a viale Mazzini e dintorni. Ma se il consigliere Marco Staderini si dimette dopo tre giorni di tergiversamenti e la sinistra insorge pretendendo le immediate dimissioni di Baldassare e di Albertoni ogni valutazione e ogni punto di vista poco favorevoli nei confronti due vengono cancellati di colpo. E Baldassarre come Arbertoni si trasformano automaticamente in una sorta di linea dei Piave su cui attestarsi con la ferma intenzione non solo di non farsi sopraffare ma, soprattutto, di ripartire per infliggere una sconfitta decisiva a chi percorre le vali della Rai con l’orgogliosa sicurezza di chi si sente da qualche decennio padrone assoluto del servizio pubblico radiotelevisivo. La partita, in sostanza, perde ogni aspetto personale o tecnico e diventa esclusivamente politica. Può il centro destra lasciarsi imporre l’azzeramento del vertice della Rai da una opposizione che dalla sconfitta elettorale ad oggi si è distinta solo nel condurre battaglie ostruzionistiche in Parlamento e super ostruzionistiche all’interno della Rai in difesa dei propri vecchi privilegi? La risposta non può prevede alcuna forma di comprensione o di apertura. La maggioranza deve fare quadrato e scegliere una posizione che oltre a servire a difendere le posizioni attuali costituisca la rampa di lancio di una operazione tesa a riportare una volta per tutte le legittimità democratica ed il pluralismo dentro l’azienda radiotelevisiva pubblica. Silvio Berlusconi ha perfettamente ragione quando rileva che in tutte le resti Rai non passi giorno senza che non ci sia un attacco all’indirizzo del centro destra e del suo leader in un qualsiasi programma posto nelle fasce di maggiore ascolto orario. Se c’è la trasmissione di Gianni Morandi ecco che spunta Sabina Guzzanti a sbeffeggiare il presidente del Consiglio. Se c’è il programma sportivo della Simona Ventura ecco che appare Gene Gnocchi a sparare a zero nei confronti del Cavaliere e del suo governo. Per non parlare della terza rete, del suo Tg, di “ Primo Piano”, dell’ “Elmo di Scipio” calzato sulla testa di Enrico Deraglio e di tutte quelle mille altre trasmissioni televisive e radiofoniche che continuano imperterrite, nella indifferenza e nella connivenza dei dirigenti, a svolgere la funzione di ammortizzatori sociali a beneficio della categoria degli intellettuali di sinistra. Il tutto nella costante pretesa della sinistra non solo di conservare l’esistente ma addirittura di eliminare sul nascere ogni tentativo di inversione di tendenza. Questa situazione non può essere ulteriormente accettata dal centro destra. Rimanere inerti e passivi significherebbe tradire le attese di un elettorato che non intende lasciarsi offendere od imbonire da una minoranza di privilegiati. Nella partita Rai, quindi, non si può lasciare. Si deve raddoppiare: quattro a uno e se ne riparla alla partita di ritorno di fine legislatura! |