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  Devolution e presidenzialismo
30 novembre 2002

La sinistra grida allo scandalo per la lettera con cui Gianfranco Fini ha invitato i parlamentari di Alleanza nazionale a votare per la devolution di Umberto Bossi mettendo da parte gli scrupoli e le preoccupazioni visto che la legge non intacca l’unità e la compattezza dello Stato. Ma come capita ormai sempre più spesso la sinistra sbaglia il bersaglio. Il vero scandalo non è nelle rassicurazioni che il vice presidente fornisce ai parlamentari del suo partito sugli effetti inesistenti che la devolution potrà avere sulla tenuta unitaria del paese. E’ nell’assenza di un dibattito reale sui temi, i contenuti e le prospettive del federalismo italiano. E nell’assenza di una qualsiasi proposta tesa ad importare in Italia il modello che più di ogni altro ha garantito da più di due secolo la compatibilità tra il massimo del federalismo con il massimo dell’unità e dell’identità dello Stato.

Questo vuoto non è di oggi. Si è verificato dagli anni novanta in poi quando nessuno ha voluto affrontare sul serio la questione posta dalla Lega di Umberto Bossi. Né chi pensava di esorcizzare il problema rifiutando di prenderlo addirittura in considerazione in quanto espressione di una subcultura periva di qualsiasi legittimità nell’Italia della monocultura egemone e totalizzante della sinistra. E neppure gli stessi leghisti che troppo spesso hanno cercato di rompere il muro del silenzio e dell’indifferenza attraverso la semplice provocazione degli slogan e delle manifestazioni scissionistiche. Si è ripetuto poi quando l’Ulivo ha approvato in fretta e furia alla fine della passata legislatura la sua legge federalista con il solo e dichiarato proposito di tentare di tagliare l’erba elettorale sotto i piedi di Bossi e della Casa delle libertà. E si è allargato oggi che il centro destra viene sollecitato dal leader leghista ad onorare gli impegni assunti nel programma elettorale. E viene sollecitato dai suoi leader ad applicare la regola del “non capisco ma mi adeguo” per carità di coalizione. 

Di che si scandalizza, allora, la sinistra italiana se Fini chiede ai suoi di adeguarsi senza pretendere di capire quando tutti hanno fatto a gara nel rinunciare a qualsiasi forma di approfondimento razionale della questione del federalismo? A scandalizzarsi, semmai, dovrebbe essere l’elettorato della Casa delle libertà di fronte al bizzarro comportamento del leader di Alleanza nazionale. Non è stato forse lo stesso Fini a fare del presidenzialismo uno dei cavalli di battaglia del proprio partito negli anni scorsi? 
E non è l’intero centro destra che va predicando da tempo la necessità di dare vita ad una grande riforma istituzionale diretta ad adeguare le vecchie strutture del nostro paese ai modelli delle democrazie più avanzate? Che ci voleva, allora, spiegare ai parlamentari sia di An che degli altri partiti che per garantire la massima unità ed identità nazionale in uno stato federale basta adottare il modello americano dell’elezione diretta del capo dello Stato? La devolution non costituisce un pericolo se viene bilanciata dal presidenzialismo. La formula è banale. Che aspetta il centro destra ad utilizzarla?