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  La sfida presidenzialista
6 dicembre 2002

Chi ha paura della devoluzione e del federalismo e teme per l’unità e l’indivisibilità dello stato non deve far altro che convertirsi al presidenzialismo. Qualcuno pensa che in alternativa a questa strada ci sia un percorso più rapido ed agevole per bloccare la devoluzione ed il federalismo e salvare l’unità e l’indivisibilità della Repubblica. Basterebbe mandare all’aria il governo Berlusconi e realizzare un secondo ribaltone ed il gioco sarebbe fatto. Ma anche se i dirigenti dell’opposizione assumono atteggiamenti tesi a dimostrare l’assoluta praticabilità del percorso ribaltonista, nessuno crede seriamente ad una ipotesi del genere. Le condizioni politiche generali sono ben diverse da quelle del ’95. Non solo perché al Quirinale siede Carlo Azeglio Ciampi e non Oscar Luigi Scalfaro ma soprattutto perché il centro sinistra di oggi è ben diverso da quello di allora. 

E se pure qualche consigliere segreto del Quirinale tentasse di ripetere l’operazione condotta con successo a suo tempo non riuscirebbe mai a raggiungere lo stesso risultato. Per mancanza di un puntello politico su cui impiantare l’intera costruzione ribaltonista. Per esorcizzare il timore dello sfaldamento della Repubblica una ed indivisibile, quindi, c’è solo l’immediata e convinta conversione al presidenzialismo. E, naturalmente, l’avvio istantaneo di un processo di riforma costituzionale destinato a trasformare la nostra Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale. L’iniziativa in questa direzione non può non partire che dalla maggioranza di governo. Certo, il clima perennemente surriscaldato creato ad arte dall’opposizione rende improponibile la riesumazione della vecchia Bicamerale per le riforme. Ed esclude , almeno sulla carta, anche l’ipotesi di un confronto e di un dialogo più distesi e meno conflittuali tra centro destra e centro sinistra sulla riforma presidenziale. 

Ma non sempre si possono combattere delle battaglie vinte in partenza. Alle volte una buona ragione può e deve spingere a tentare la sorte ed a scendere in campo comunque. Per la maggioranza di governo la riforma presidenziale è proprio uno di questi casi. Sia perché avrebbe l’occasione per dimostrare concretamente la sua volontà di rispettare l’impegno assunto con gli elettori a cambiare e rinnovare il paese chiudendo una volta per tutte la lunga fase di transizione seguita al crollo della Prima Repubblica. Sia perché la metterebbe nelle migliore condizione per incalzare l’opposizione costringendola ad uscire dal ghetto della incomunicabilità in cui si è volontariamente rinchiusa costringendola a confrontarsi su di un problema serio e concreto. Quello di assicurare al Paese il massimo della autonomia delle realtà locali nel massimo dell’unità nazionale. Come negli Stato Uniti.