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  Bombe e riformisti
10 dicembre 2002

Non erano bombe dimostrative. Puntavano a fare una strage. Non di cittadini qualsiasi ma di cittadini in uniforme. Gli ordigni esplosi di fronte alla Questura del capoluogo ligure secondo un copione ampiamente sperimentato in Medio Oriente erano diretti a provocare la morte del maggior numero possibile di agenti di polizia. La prima bomba serviva a richiamarli ed a raccoglierli. La seconda a sterminarli. Dall’estrema sinistra è subito scattata la tesi della riapparizione della strategia della tensione. A cercare la strage, secondo la teoria con cui è stata marchiata la storia italiana del ventennio che va dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni’80, sarebbero stati pezzi deviati degli apparati dello stato decisi ad utilizzare l’arma del terrore per criminalizzare il movimento dell’ultra sinistra che oggi si riconosce nelle posizioni dei no-global e dei pacifisti alla Gino Strada.

L’affermazione non poggia su alcun dato concreto. Neppure su qualche vago indizio. Si fonda solo sulla convinzione ideologica che esclude a priori la scelta della violenza terroristica da parte delle frange più estreme della sinistra. E, naturalmente, attribuisce ogni genere di nequizia ai poteri palesi ed oscuri della reazione in agguato che usa la violenza per scaricarne la responsabilità sulla sinistra massimalista frenandone la corsa verso la conquista dell’egemonia e del potere. Per questo motivo va respinta sul nascere. Per evitare di ripetere gli errori del passato. Quando la logica manichea della virtù tutta a sinistra e dell’orrore tutto dalla parte opposta imponevano di negare l’esistenza delle Brigate Rosse (venivano definite “sedicenti”). O, al massimo, dopo che prove e testimonianze inconfutabili avevano dimostrato che la violenza veniva commessa anche a sinistra, si riconosceva a denti stretti che i brigatisti facevano parte “dell’album di famiglia” del marxismo-leninismo ma dovevano essere considerati dei “compagni che sbagliano” verso cui nutrire la massima comprensione.

Quel passato non deve ritornare. Per impedire un nuovo imbarbarimento della vita pubblica del paese. E chi vuole tornare a riproporre quelle argomentazioni per poter meglio giustificare l’uso della violenza da parte degli estremisti dell’ultra sinistra, deve sapere che non potrà più contare sulla passività e sull’acquiescenza della classe politica democratica. Naturalmente questo non significa dare per scontato che le bombe di Genova siano la vendetta di qualche estremista per l’inchiesta che ha tolto il velo del martire a Carlo Giuliani ed ha prodotto l’incriminazione dei vandali del G8. E neppure rinunciare al diritto di critica e di dissenso nei confronti della Polizia, della magistratura o del governo. L’importante è che non ci siano indulgenze nei confronti della violenza e del terrorismo. Di nessun tipo e per nessuna ragione. 

L’appello riguarda tutte le forze politiche democratiche ma tocca da vicino soprattutto le componenti riformiste e moderate del centro sinistra. Che debbono avere le forza di resistere ai richiami della foresta provenienti dalla sinistra massimalista. E che debbono trovare il coraggio di sacrificarsi su questa linea del Piave non solo per impedire che l’intero paese venga occupato da una nuova ondata di terrorismo interno ma anche per ritrovare la ragione di fondo della propria linea politica.