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Giudici ed elezioni
29 gennaio 2003Ci sono volute cinque ore di camera di consiglio per far giungere le sezioni unite della Cassazione alla decisione di rigettare la richiesta di rimessione dei processi Sme ed Imi-Sir avanzata dai legali di Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Al momento non è possibile sapere se è stata accolta in pieno la tesi del Procuratore Generale Siniscalchi secondo cui le condizioni per l’applicazione della legge Cirami c’erano ai tempi del “pronunciamento” di Francesco Saverio Borrelli (“resistere, resistere, resistere”) e non ci sarebbero più grazie al pensionamento dell’ex Procuratore milanese. Di sicuro, però, si sa che le cinque ore dei magistrati della Cassazione sono una inezia rispetto al tempo che dovrà essere impiegato dai componenti del Tribunale di Milano per emettere le loro sentenze nei processi in questione. La Suprema Corte ha passato loro una bella patata bollente !
I magistrati milanesi sanno che i processi che stanno affrontando sono diventati nella coscienza popolare dei processi politici. E sanno ancora di più che qualunque forma potranno assumere le loro future sentenze esse avranno sempre ed indelebilmente il significato e le conseguenze di atti politici di portata straordinaria non solo per la sorte dei diretti interessati ma per l’intero paese.
Qualcuno sostiene che la decisione della Cassazione è una conferma della tendenza alla serrata corporativa della categoria dei magistrati italiani emersa con grande evidenza in occasione del recente congresso della corrente più politicizzata dall’Anm, Magistratura democratica. Qualche altro rileva che costituisce una sconfitta della linea di difesa tecnica scelta dai legali del presidente del Consiglio e dell’ex ministro della Difesa.
Altri ancora sostengono che se la legge Cirami fosse stata applicata ed i processi fossero stati trasferiti a Brescia il rischio di condanna sarebbe aumentato. E che, in base a questa considerazione, sarebbe stato più opportuno che invece della difesa tecnica il Premier avesse scelto una linea di difesa più politica. Senza la Cirami ma con una legge ispirata a quelle norme di altri paesi che bloccano i processi a carico dei governanti per tutta la durata della funzione di governo degli interessati.
Ognuna di queste argomentazioni ha un suo fondamento. Ma ognuno di queste ragioni perde valore di fronte alla considerazione di fondo secondo cui i magistrati milanesi sono stati messi dalla Cassazione nella condizione di pronunciare delle sentenze che avranno comunque un effetto destabilizzante del quadro politico nazionale.
Una eventuale assoluzione provocherebbe una spaccatura irrimediabile tra i magistrati italiani e scatenerebbe la protesta furibonda della sinistra giustizialista oggi convinta di essere di nuovo sul punto di conquistare il potere per via giudiziaria.
Una eventuale condanna spalancherebbe la strada alle elezioni anticipate.
In un caso o nell’altro il futuro di cinquantasei milioni di cittadini sarà comunque deciso non dalle loro scelte da quelle di un ristrettissimo numero di persone. A conferma che il sistema è degenerato e che deve essere guarito al più presto.
Se non si vuole che i processi politici e le sentenze politiche portino alla fine della politica, della democrazia e dello stato di diritto!
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