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  A proposito di Ballarò
6 febbraio 2003

Metti conto di giocare in trasferta, in uno stadio in cui il pubblico ti è totalmente ostile tranne una piccola frangia di irriducibili comunque intimiditi dal coro compatto degli avversari . Metti anche che gli avversari non si sono accontentati di sfruttare il fattore campo ed il clima ostile per tentare di rimandarti a casa con una secca sconfitta ed un grappolo di reti sulle spalle. Abituati a giocare sui campi pesanti hanno anche allagato il terreno di gioco per avere condizioni più favorevoli . E, per avere comunque la garanzia di metterti sotto e vincere la partita, si sono scelti tra i loro supporter più abili l’arbitro, i guardalinee ed anche il quarto uomo. La metafora calcistica indica al meglio la sensazione che, da ex giocatore di calcio dilettante, ho provato partecipando alla puntata di “Ballarò” di martedì scorso. E’ stata la stessa sensazione avvertita in passato quando ho avuto modo di partecipare ad alcune puntate di “Sciuscià”, in particolare quella famosa aperta da Michele Santoro con la trovata ad effetto del canto di “Bella ciao”. 

La sensazione di chi sa che nella migliore delle ipotesi può solo salvare l’onore, personale e di bandiera, perché tanto ha già perso in partenza. Non per inferiorità tecnica od agonistica ma perché la partita è truccata. Intelligentemente, professionalmente, addirittura genialmente. Ma inguaribilmente truccata.

Non solo perché è una finzione prevedere un faccia a faccia tra un politico ed un giornalista moderati ed un politico ed un giornalista di sinistra quando gli ospiti del centro destra debbono poi tenere conto che il pubblico è ostile ed il conduttore-arbitro è il dodicesimo giocatore in campo della squadra avversaria. Ma soprattutto perché l’intero impianto della trasmissione-partita è stato messo a punto non con l’obbiettivo di informare il pubblico dei telespettatori su una questione scottante come la giustizia ma per ribadire l’assioma politico che il centro destra è guidato e formato da mascalzoni e che i suoi elettori o sono dei servi o dei poveri imbecilli che solo adesso incominciano a prendere coscienza della propria abissale coglionaggine. Ma se questa è la situazione perché mai i politici e gli intellettuali del centro destra si prestano al gioco partecipando alle trasmissioni-trappola? 

La risposta, per quanto mi riguarda, è semplice. Sia perché non rappresento niente altro che il mio giornale e le mie idee. E per bucare la coltre di ostile indifferenza riservata all’uno ed alle altre sono obbligato ad utilizzare anche il ruolo di foglia di fico alla falsa correttezza della sinistra mediatica. Sia perché disertare la partita televisiva, sia pure falsata, significherebbe darla comunque vinta agli altri mettendo una pietra tombale sopra quella regola del confronto dialettico e democratico che, a dispetto delle affermazioni di Fassino, impedisce il ritorno alla guerra civile, strisciante o meno.
Partecipare a “Ballarò”, però, non mi ha suscitato solo una sensazione già sperimentata in passato. E quindi vecchia e scontata. So bene che Rai Tre di Paolo Ruffini ha ormai raccolto l’eredità della Rai Tre di Angelo Guglielmi, che il Tg di Di Bella è come Tale Kabul di Curzi e che “Ballarò” deve forzare i suoi toni ed i suoi contenuti per recuperare tutto il vecchio pubblico di “Sciuscià!” e di Michele Santoro. 

So altrettanto bene che il giornalismo militante e schierato di Rai Tre è realizzato con altissima capacità professionale. Giovanni Floris è un volto nuovo di grandi capacità. E la squadra da cui è affiancato è tra le migliori che la Rete di Ruffini può mettere in campo per battere una concorrenza peraltro quasi inesistente dei programmi giornalistici delle altre reti. E sono sempre più convinto che un giornalismo di parte come questo non debba essere affatto bandito o cancellato dalle reti pubbliche ma, in nome del pluralismo, difeso e mantenuto. Non fosse altro perché ribadisce negli elettori del centro destra la convinzione che gli avversari siano protervi e si presta a suscitare polemiche destinate a ribaltare nel paese i risultati delle partite mediatiche falsate.
No, non sono queste le riflessioni che ho fatto uscendo da via Teulada. 

Gli interrogativi che mi sono portato fuori lo studio di via Teulada sono altri. Ma perché a noi non di sinistra tocca sempre di giocare in trasferta, sui campi pesanti e con l’arbitro ostile? Forse perché non sappiamo truccare le partite, perché non sappiamo fare il gioco di squadra, perché non abbiamo rappresentanti capaci di capire il valore strategico della comunicazione? O perché, pur sapendo tutto e capendo tutto, chi di noi potrebbe dare corpo all’altra anima del pluralismo bada più al proprio “particulare” piuttosto che all’interesse generale preoccupandosi chi delle donne, chi degli appalti, chi dei santi e chi della propria carriera piuttosto che di una informazione vera, corretta, democratica e pluralista?
Caro Presidente Berlusconi, visto che ci sei perché non batti il fatidico colpo